Così il Pompei di Augusto Vecchi, gli Ultimi giorni di Pompei di Eduardo Bulwer, l'Arria Marcella di Teofilo Gautier, l'Euphorion di Ferdinando Gregorovius ecc.

Di quest'ultima gemma dello storico di Roma medioevale, che io qui presento modestamente tradotta in italiano, piace discorrere un po' più da vicino, perchè si vegga se e fino a qual punto l'autore sia riuscito nel suo intento.

Giova però, anzitutto, qui riprodurre il giudizio che ne dà il Sogliano nella sua rassegna dei tentativi fatti per ricondurre ad una piena vita gli antichi abitanti di Pompei: «Meno noto degli Ultimi giorni, ma non meno felicemente riuscito parmi l'Euphorion di Ferdinando Gregorovius... il traduttore di Giovanni Meli. È un grazioso poemetto in quattro canti, la cui azione si svolge in Pompei, nella famosa casa di Diomede... I quattro canti sono intitolati Oneiros (sogno), Amore e Psiche, Pallas Athene (Minerva) e Thanatos ed Eirene (morte e pace), dalle figure che ornano il candelabro, eccellente lavoro di Euforione, e che forma il pernio del poemetto».

Come ognun vede, un'opera d'arte, e non certo delle più fini ed eleganti, è quella che sorprende e colpisce il Gregorovius, commovendolo a tal segno da fargli creare tutta una serie di situazioni e di intrecci, armonicamente disposti e collegati fra di loro. Si direbbe quasi che la fantasia dell'artista vada scovando fin là dove occhio umano non giunge, o se mai passa indifferente, gli elementi meno noti o meno opprezzati, per materiarli poi di forti e geniali concezioni ed imprimervi un'impronta stabile e duratura di grandezza e splendore. Così come l'alchimista sapeva scoprire le recondite virtù di disadorni metalli, e con l'aiuto di processi e combinazioni ottenerne dei mirifici effetti, pei quali sperava di aver finalmente ritrovato la panacea del genere umano...

Il candelabro, intorno a cui s'avvolge la delicata storia d'amore, fu realmente scavato nella casa del ricco commerciante pompeiano, ed oggidì figura in una delle splendide raccolte del Museo Nazionale. Però — il Gregorovius medesimo lo avverte — il bronzo ha assunto una nuova figurazione nella fantasia di lui; come son di sua invenzione le lampade che l'adornano, le immagini che vi si ammirano scolpite, l'idea alla quale debbono prestarsi per afferrare e conquidere potentemente l'immaginazione del lettore.

Euphorion — dal nome dello schiavo artefice del candelabro — è un poemetto prettamente simbolico, e l'allegoria v'è profusa a significare come nulla valga contro la forza dell'amore, specie quando nato dall'arte, e come questo sopravviva persino al sepolcro, trovando sempre il modo di riaccendere la spenta fiaccola del sentimento.

Omnia vincit amor: è la tesi che poeticamente illustra il Gregorovius, contornandola e abbellendola degli svariati colori della sua tavolozza. Non distinzioni di grado, non vantata nobiltà di natali, non fiere persecuzioni o rampogne, possono rattenere l'impeto di una passione pura e ardente, divampata nel cuore di due giovani innamorati. Che anzi, là dove più palese si oppone la differenza di casta, sembra quasi che talora intervenga di proposito una forza arcana a soggiogare l'altrui ribelle volontà, per sancire con un vincolo indissolubile la comunione dell'affetto e dare così compimento al più bello degli ideali umani. Questa volta è il Vesuvio che trama la sua orrenda congiura contro i diritti della boriosa aristocrazia, cospirando ai destini di Euforione e permettendogli di tradurre in atto un sogno, già da tempo concepito e vagheggiato nella quiete operosa della sua officina.

Euforione, lo schiavo artista, ama Ione, la figlia di Arrio, la giovane avvenente ed esperta delle più signorili costumanze romane e della più fine cultura. Nell'intimità del suo cuore, ei che pur si eleva tanto su gli altri suoi simili per ingegno e nobiltà di sentimento, ben s'avvede di perseguire un ideale assai ardito, sol perchè ai piedi gli si attacca plumbeo e grave il mondo e si suole dai beffardi vilipendere il lavoro manuale come qualcosa d'ignobile e servile. Quella tunica di schiavo l'inceppa e rattrista e una vampa di vergogna gli sale in volto, mentre però la sua anima si spinge sempre più sospirosa verso la luce... Di natura irrequieta e bollente, facile agli entusiasmi ed allo sconforto, come il suo Icaro che spicca il volo fino all'astro fiammante per cadere poi nella spalancata voragine, ha peraltro fiducia nella bontà del suo padrone, entro le cui vene scorre ancora una goccia di sangue ellenico. E in tal fiducia, nell'agognata attesa dell'ora del riscatto, lavora attorno al candelabro di bronzo per farne un regalo pei festeggiamenti di Ione, benchè di tanto in tanto l'assalga il dubbio e la disperazione...

I due giovani pompeiani vissero insieme i teneri anni della fanciullezza, sognarono insieme un mondo di belle cose, nella loro piccina fantasia vagheggiarono ideali di gioia e di felicità, anzi per essi i giorni si svolsero come sempre avviluppati in una vaporosa nube di sogni... Ma quest'età trascorse, ed Euforione e Ione non più si baloccarono coi loro gingilli, perchè una grande distanza dovè separarli, l'uno restando come imprigionato nell'officina di schiavo, l'altra correndo ad attingere il fremito della vita in mezzo alla elegante società romana. Ma già il dio dell'amore aveva scoccata furtivamente la sua freccia, già gli aculei della passione si erano conficcati nei cuori...

Ecco il simbolo del sogno che adorna la prima lampada del bronzo.