«Gregorovius entrò in Roma coll'animo del visitatore, proponendosi di proseguire il suo viaggio dopo aver osservato e illustrato nel presente e nelle origini storiche quanto di più caratteristico lo colpisse. Incominciò infatti con uno scritto sul “Ghetto di Roma,” ma avvinghiato a poco a poco dal fascino della città eterna, gli mancò la forza di allontanarsi, e la stazione si cambiò in sede. A comprendere l'impressione profonda prodotta dalla vita di Roma sull'anima fantastica e meditativa del Gregorovius, conviene rappresentarsi quel tempo di cui il ricordo, a noi stessi che vi abbiamo vissuto in mezzo, è come la lettura d'una storia lontana. Se qualche moto si agitava in Roma, nulla ne appariva alla superficie; ma ne' silenzi di quell'isola medioevale pareva vivere solo la storia. La vicenda degli avvenimenti del mondo, l'assiduo lavorío della scienza, le nuove battaglie del pensiero vi giungevano come il sordo frangersi delle onde in una spiaggia remota. Un passato d'immani grandezze, di glorie immani schiacciava col suo peso il presente, e l'avvenire anch'esso era aspirazione al passato: i contemporanei di Roma erano gli eroi biancheggianti nel marmo, i martiri dormenti sotto i mosaici dorati delle basiliche. E Gregorovius aspirava con tutta l'anima la poesia della storia. Vedeva tre città, Gerusalemme, Atene e Roma rifulgere come città universali nella vita del mondo: Gerusalemme portare alla civiltà il monoteismo, Atene l'opera creatrice del pensiero e della fantasia, Roma l'azione, l'Imperium, l'idea dello stato universale, dell'unità della gente umana; e quindi Roma ereditare dalla Grecia la cultura dell'intelletto, dalla Giudea la religione universale ed estendere la civiltà coll'organamento universale dell'Impero, al quale succede la monarchia universale della Chiesa che, accogliendo l'organamento dello Stato, si fa dominatrice e legislatrice dell'università dei popoli cristiani. Egli vedeva la Chiesa associarsi al Germanesimo che aveva atterrato l'Impero, la Germania per lunghi secoli avvinta a Roma coi legami della fede e dell'Impero germanico romano, e la storia della città divenir parte integrante della storia tedesca. Da Roma, come da una specola sublime, gli si apriva sott'occhio tutto il medio evo, e le ricordanze nazionali spiccavano per lui sul campo della storia del mondo cristiano. Pieno l'animo della grande epopea romana, la vastità della materia spezzava la forma ristretta del Paesaggio storico e si allarga nell'ardito concetto della storia di Roma nel medio evo».

Così Ferdinando Gregorovius pervenne, attraverso a queste mirabili e pittoresche monografie, alla grande opera di Roma medioevale, opera che si leva come monumento gigantesco a perpetuare la gloria della città eterna e che alla fama dell'autore è monumento perenne.

Ormai l'Italia era divenuta per lo storico tedesco la sua seconda patria, ed egli vi rimase sino a quasi gli ultimi anni della sua vita, sino al 1890, allontanandosene solo di tanto in tanto per dei brevi periodi, nei quali tornava in Germania. Durante l'inverno e la primavera, egli correva ogni anno fra' suoi amici italiani, specialmente a Roma. Dopo il 1880 visitò la Grecia, l'Egitto, la Siria, e frutti di tali viaggi furono degli studi sulla storia e i dintorni di Atene, l'idillio «Corfù», la monografia «Atenaide», brevi lavori che dovevano poi compendiarsi nella sua opera maggiore, la Storia della città di Atene nel medio evo, apparsa nel 1889.

In questo frattempo, però, terminata la sua Storia di Roma, egli aveva scritto un volume su Lucrezia Borgia, su documenti tratti dagli archivi di Modena e di Mantova (1874); una monografia su Urbano VIII in lotta con la Spagna e l'Impero ed alcuni nuovi capitoli di queste Wanderjahre in Italien.

L'ultimo lavoro dello storico tedesco fu una conferenza sulle «grandi Monarchie o gl'Imperi universali della Storia», tenuta il 15 novembre 1890 all'Accademia bavarese delle scienze di Monaco. In quest'anno egli aveva abbandonato Roma, lieto delle molte prove di ammirazione e di affetto ricevute; contava di tornarvi nell'autunno seguente, quando suo fratello Giulio si ammalò gravemente. Era da poco uscito di convalescenza, quando, alla sua volta, Ferdinando si ammalò. «Ho da pochi mesi compiuto il settantesimo anno — scriveva egli il 28 gennaio — sicchè di ragione sono entrato nella via Appia e mi trovo vicinissimo al bustum». Egli prevedeva prossima la morte. Tre mesi dopo soltanto, infatti, il 1º maggio 1891, Ferdinando Gregorovius «cittadino romano» si spegneva nella città di Monaco.

M. C.


GIRGENTI (1855).