Girgenti. (1855).

Partimmo, a cavallo, il mio compagno ed io, da Palermo alla volta di Girgenti, l'antica Agrigento. Giuseppe Campo — nativo della vetusta città saracena di Misilmeri, — la miglior guida di tutta la Sicilia, ci aveva forniti di due ottimi muli; lui stesso, poi, ne cavalcava un terzo su cui erano caricati anche i bagagli. La giornata era magnifica: passato Monreale, percorremmo una strada montuosa e deserta per la quale non trovammo anima vivente, se escludi le aquile di Giove, che ci guardavano dall'alto tranquille e silenziose, oppure disegnavano nell'aria ampie spire coi loro voli. Così camminammo parecchie ore sino a che alla nostra vista non si distese la meravigliosa pianura di Partinico e di Sala, vicino al golfo di S. Vito. A dritta si trova Borghetto, l'antica Hykara, patria di Laide, la più bella donna dell'Ellade, che i Greci condotti da Nicia portarono bambina ad Atene.

Le linee del golfo di S. Vito sono belle e insieme grandiose, come quelle di Cefalù; la pianura, poi, è tra le più feraci della Sicilia, così lussuriosa nella vegetazione da far pensare ai tropici. Ci soffermammo a Sala, minuscolo villaggio, e quindi, risaliti in groppa ai nostri muli, traversate regioni fertili, vigneti e oliveti, giungemmo ad Alcamo, città montanara. Il paesaggio acquistava in grandiosità a misura che avanzavamo, assumendo quasi carattere greco con l'armonia delle sue montagne colorate da tinte calde, or rosse, or verdamente cupe. Il carattere di quella contrada — grazie i giganteschi pini, i malinconici cipressi, le palme annose, gli aloe dagli snelli fusti fioriti — è reso più grave dall'autunno. Qui tutto è monocromo, scuro sovrapposto allo scuro e, con meraviglia, si vede quanto possa la natura con una sola tinta fondamentale.

Stanchi di una camminata di nove miglia tedesche, con la non lieta prospettiva di doverne percorrere dieci all'indomani, undici il terzo giorno e nuovamente dieci il quarto, prima di giungere a Girgenti, arrivammo in Alcamo che era sera inoltrata.

Questa è città linda e piacevole, di circa 15.000 abitanti, con un vetusto castello saraceno. Altro non posso dire, se non che in una miserrima locanda fui martirizzato tutta la notte dalle zanzare, in modo tale, che portai per venti giorni le cicatrici prodottemi dalla voracità di quegli alati spiriti notturni. Alla sera, il capitano della guardia ci offrì la scorta militare che doveva esserci compagna sino a Segesta; ma noi la rifiutammo.

Per vedere il rinomato tempio di Segesta, ripartimmo mentre ancora lucevano le stelle e, per nove miglia, camminammo in un paese deserto, tra monti calcarei. Orione, vera stella sicula, della quale Messina ha fatto un mito, sfolgorava su tutte le altre. Già, in Sardegna, ove il popolo l'ha nominata stella dei Re Magi, avevo ammirato questo astro; ma fu solo in Sicilia che lo potei contemplare in tutta la sua magnificenza; i suoi raggi sprizzavano come fuoco d'artifizio. Intanto s'alzava la brezza mattutina, il cielo si imbiancava ad oriente, si diradavano le tenebre e si dissipavano le nebbie; le sagome dei monti accennavano a dileguarsi e compariva il mare, di purpureo si tingea la campagna e Orione spariva dopo avere brillato per lo spazio di una notte meravigliosa.

Improvvisamente, si parò dinanzi ai nostri occhi il tempio di Segesta; sebbene fossimo ancora lontani tre miglia, lo vedevamo ergersi solitario sulla scura pendice del monte, da cui maggioreggiava sul severo paesaggio, bello di aspetto e tale da non poterlo dire rovina, poichè stava con tutte le sue colonne e i due suoi frontoni. La strada che porta colà è un sentierucolo battuto solo dai pastori ed è fiancheggiata per oltre un miglio da piante di aloe, in numero di cento circa per parte, di venti piedi d'altezza, formanti come un viale sino al tempio che sorge sui fastigi di una brulla collina.

Quella terra nera punteggiata da cardi selvatici, meschino pascolo per le capre; quella profonda solitudine; i ricordi delle antiche favole troiane; i versi sonori di Virgilio; la guerra di Segesta con Selinunte, che die' origine alla spedizione degli Ateniesi contro Siracusa e a tanti eventi storici; ogni cosa eccitava la nostra fantasia.

Qui la solitudine è maggiormente pittorica che non quella di Pesto, e l'aria v'è quasi saturata di favole, di miti, di tradizioni, di memorie storiche. Sedendo nell'antico teatro dissepolto da Hittorf, l'occhio raccoglie in sè tutta quella regione di magica solitudine, di tragica serietà; si scorgono il golfo di Castellammare, i monti di Alcamo; ai piedi si svolge una valle selvaggia nel cui fondo corre il favoloso Krimolfo; all'opposta parte si rizza il monte grigio di Calatafimi e ne' suoi fastigi si discerne la città di colore scuro e cupa. Volgendo lo sguardo ad occidente, si vede una catena di colline giallastre e, più in alto, fantastici monti azzurri, i monti Erici, su cui s'ergeva, ora non più, il tempio a Venere. Oltre sconfina il mare Egeo, che attira lo sguardo sulle spiagge ove fu Cartagine e ricorda le guerre puniche.

Non indugerò a parlare del tempio di Segesta, già sufficientemente noto.