Proseguimmo la nostra strada verso il monte Pispisa oltre il tempio, in arida solitudine, senza incontrare che rari pastori vestiti di pelli di montone, pascolanti i loro greggi; non trovavamo che pochi cespugli, cardi selvatici coperti di lumache bianche che circondavano quasi ogni pianta, e traversammo terreni, riarsi e fenduti dal sole, su cui non eravi la più lieve orma di sentiero.

D'un tratto, ci apparvero, verso oriente, il mare Egeo, il monte Erice a piramide e ai suoi piedi Trapani — l'antica Drepano —, le isole del mare Egeo, che scintillavano tra lo scintillìo delle onde, e le spiagge di Marsala e Mazzara, che si stendono fino al Lilibeo.

Ivi giungono direttamente i venti cartaginesi, e il battello che salpava allora alla volta dell'Africa, in dodici giorni m'avrebbe portato a Tunisi, in terra punica.

Verso il mezzodì, sotto un sole insopportabile, arrivammo a Vita, meschino villaggio smarrito nella solitudine, abitato da più meschina gente, di carnagione bronzea, dai capelli crespi come quelli dei negri, parlante un dialetto di cui nulla capivo. Scendemmo presso un calzolaio, mangiammo quel po' che il campo ci potè procurare e rimontammo sui muli per guadagnare Castelvetrano, ove dovevamo pernottare. Malgrado bella fosse la strada che percorrevamo, la stanchezza ci impediva di percepire ciò che ci circondava. Dopo dieci miglia tedesche, toccammo finalmente Castelvetrano, ma io non ebbi la forza di scendere dal mulo e fu necessario mi aiutassero.

Con la prospettiva di dovere all'indomani fare nuovamente undici miglia, rotto come mi trovavo in tutte le membra, non mi stimavo in condizioni di potere sopportare quella marcia faticosa; ma ebbi agio di sperimentare come l'uomo è capace di qualunque sforzo allorchè voglia seriamente. La costanza vince anche la cocciutaggine di un mulo.

Così all'indomani, feci, senza eccessiva difficoltà, quelle undici miglia e le ultime dieci sino a Girgenti, quasi piacevolmente.

Il mio compagno di viaggio — còlto fino dal secondo giorno da un colpo di sole — fu meno fortunato di me; stette assai male nella zolfara di Alcara e fu salvato da certa morte grazie solo la prontezza di un salasso; ma gli fu necessario allettarsi a Palermo per varie settimane.

Partimmo il 6 settembre da Castelvetrano per recarci a Selinunte, sul mare africano. Il mattino era di quella bellezza come sola può trovarsi in Grecia od in Sicilia.

Non è possibile descrivere con la parola la magnificenza versicolore del cielo ad oriente. Io precedevo gli altri per assaporarmi indisturbato la bellezza di quel fenomeno; giunto all'estremo limite della città, mi soffermai presso una chiesa antica, sotto alcuni alberi e sospinsi gli occhi infra il mare verso Selinunte, lontano circa sei miglia. Orione mandava ancora la sua luce purpurea, e il cielo si stendeva con quella peculiare limpidezza di cui solo la lingua greca, con la parola etere, può darci la precisa sensazione.

Scendendo da Castelvetrano, verso il mare per circa sei miglia, traversando pingui campagne, si scorgono già da quella distanza i diruti templi di Selinunte, di cui, per dare pallida idea della grandiosità, è sufficiente quanto sto per dire.