Se qualcuno si congratulava col barone Zarchi per la bella ciera che mostrava, il barone rispondeva invariabilmente, con la voce lamentosa:
— Lasciatemi stare! Non vedete come sono andato giù, maledetti i reumi!
Invece, quando lo compiangevano e gli consigliavano di curarsi perchè lo trovavano assai malandato in salute, don Rocco Zarchi interrompeva, rizzando la testa e battendo per terra il bastone:
— Io?... Perdio!... Io mi sento un leone!...
La verità era che con tutti i suoi malanni, reali o imaginari, il barone Zarchi era ancora il don Giovanni di Vallestretta, e le donne gli correvano sempre dietro. Anzi, lo chiamavano appunto così, da quando, molti anni avanti, gli era venuta la brutta idea di porre l’assedio alla moglie del comandante l’esigua guarnigione locale e questi, una sera, era andato a cercarlo al Casino dei civili — mentre l’altro, avvertito a tempo, s’era andato a chiudere in casa — gridando furioso che voleva prendere a schiaffi quel don Giovanni di villaggio.
D’allora in poi, questo era stato come il suo secondo nome, e persino i contadini delle sue terre lo chiamavano in tal modo, senza poi troppo capire perchè ad un donnaiuolo dovesse toccare quel battesimo, in luogo d’un altro qualunque.
Ma siffatta aureola di seduttore pericoloso avea cominciato a circondarlo sin da ragazzo, e suo padre, buon’anima, si torceva dal gran ridere allorchè le donne della sua casa venivano a reclamare presso di lui perchè il baronello non si dilettava di pizzicare la chitarra soltanto....
— Una stampa come voi, quel ragazzo! — gli dicevano i suoi fittaiuoli, se volevano disarmare il rigore di lui quando andava per le proprie terre a fare le riscossioni.
Allora, il barone scordava il suo danaro e si metteva a ripassare le storie della propria giovinezza.
— Vi ricordate quella lì, eh?... Vi ricordate quell’altra?... — e cominciava a snocciolare la minuta di tutti i bocconi da re che aveano ornato la mensa della sua lussuria.