E gli altri astutamente incalzavano, vantandone la malizia, la consumata abilità ed il tatto con cui aveva sempre saputo accomodare ogni pasticcio, soffocare ogni scandalo, seminando, a seconda dei casi, il danaro, le vane promesse o le minaccie — senza contare i canonicati a spese del Comune per quei padri o quei mariti che masticavano in modo inquietante il Vostra Eccellenza, incontrandolo vicino alle loro case!...

— Questo no, questo no!... — gridava allora il barone che voleva essere rieletto sindaco. — I miei affari li ho sempre accomodati coi miei danari!...

Però, la gaia indulgenza paterna cadde a un tratto, allorchè si seppe che il baronello se n’era scappato a Palermo con l’amorosa d’una compagnia di comici capitata di passaggio a Vallestretta. Il barone non faceva che bestemmiare, urlava che l’avrebbe fatto tornare in mezzo ai carabinieri, che avrebbe saputo metterlo a dovere!... Ma era scritto che Rocco Zarchi non dovesse mai sperimentare la severità di suo padre, perchè egli era ancora a Palermo con la sua amorosa, quando il barone si mise a letto con una perniciosa che avrebbe ammazzato un cavallo, cosicchè il figlio giunse appena in tempo per chiudergli gli occhi.

Come scorse l’anno del lutto di rigore, don Rocco, che avea passato tutto quel tempo in giro per le sue terre, annunziò che partiva.

— Andate a Palermo? — gli domandavano.

Egli rideva e alzava le spalle....

— A Messina?... A Napoli?...

Egli continuava a ridere e ad accennare con un gesto vago della mano, con un’espressione misteriosa del volto, che sarebbe andato più lontano, più lontano assai!...

Fu un vero avvenimento per quella povera cittadina di montagna deve nessuno si muoveva mai, abitualmente, oltre il limite della provincia, oltre Palermo al massimo, e solo pochissimi privilegiati potevano vantarsi d’essersi spinti sino a Napoli o d’aver toccato le colonne d’Ercole della Capitale. Per tre mesi giunsero a Vallestretta lettere di lui, e tutte da provenienze diverse e lontane, ora da Roma, ora da Firenze, da Venezia, da Milano, e persino una col francobollo verde e un’aquila a due teste, da Trieste, e un’altra col francobollo della Repubblica, da Nizza! Queste lettere erano portate subito al Casino dei civili, lette, rilette, comentate; ma lasciavano la curiosità che trovavano. Su per giù, il loro tenore era sempre il medesimo: “Vi faccio sentire che mi trovo a Genova — per esempio — e che ho visto delle meraviglie che non si possono descrivere! Quando sarò tornato, vi racconterò.„ Da Venezia, tra l’altro, avea scritto: “Voi imaginerete che Venezia sia come Vallestretta, che c’è il paese in mezzo ai giardini e si cammina sulle strade.... Ma che!... A Venezia si cammina sul mare!„ E poi?... Poi: “Sentirete, quando ritornerò!

Così, quando alla fine don Rocco si decise a tornare, tutto il paese era a riceverlo, e se lo portarono quasi in trionfo! Giusto, in quei giorni, il sindaco s’era dovuto dimettere, vista l’ostilità del Consiglio contro di lui che non aveva mai messo il naso fuori della provincia, mentre c’era in paese chi avea girato mezzo mondo; e come coincidevano le elezioni, il nome di don Rocco era stato votato all’unanimità.