Ma era l’ultima cosa che potesse solleticare la vanità del barone. La vera autorità non veniva a lui dalla sciarpa a tre colori e non andava ad esercitarla al Municipio, ma là, al Casino dei civili, dove ogni giorno, dopo pranzo, egli si metteva a parlare del suo viaggio, e le carte restavano abbandonate sui tavolini verdi, poichè nessuno aveva più voglia di giuocare a scopa o a tresettè.
Bisognava prima pregarlo a lungo, quasi forzarlo, e ciò volta per volta, perchè don Rocco non andava mai in fondo alle sue descrizioni e sempre diceva di sentirsi stanco o di non aver più la mente lucida. Non voleva lasciarsi sfruttare troppo presto, ecco tutto! Eppoi, avea compreso ch’egli diventava tanto più interessante, quanto più era oscuro e vago, quanto più stimolava la loro curiosità senza appagarla.
La sua astuzia era di richiamare a proposito di qualunque cosa, con una crollatina di spalle e un sorrisetto di compassione, il correlativo delle grandi città. Così, passeggiando alla Villa comunale, egli ricordava le Cascine; e quando vi furono le corse dei giannetti e molti impegnarono delle scommesse, egli sospirava: “Ah, le Capannelle!... I bookmakers!...„ Tutti i pretesti per lui erano buoni onde suscitare intorno a sè un tal fremito di curiosità, tale folla di vaghe, ma pungenti aspirazioni verso l’ignoto, il volo di quelle vergini fantasie esaltate dal sole e dall’astinenza d’ogni pascolo nuovo. Gli bastava, passando davanti alla Madre-Chiesa, per esempio, di mormorare come in sogno: Ah, San Marco!... E quando si parlava di bagni: Ah, Pancaldi!... E davanti alla collezione di cocci e di sferre del cavaliere Nardi, grande amatore di antichità: Ah, Pompei!... Il museo egiziano di Torino!... E via, via così, sempre con quel suo gesto vago della mano e quella compostezza mistica di oracolo.
Ogni parola lasciata cadere in tal modo, era subito raccolta, ripetuta e comentata. Ciascuno diceva la sua, dava un’interpretazione propria; ma, come nessuno ne sapeva nulla, si andava a ricorrere alla fonte, e don Rocco spiegava, badando però di non uscire dalle sue solite mezze frasi, dagli accenni oscuri che stimolavano la curiosità senza appagarla. Appunto, era avvenuto ciò per quel parolone inglese a proposito delle corse dei giannetti: c’erano voluti parecchi giorni di discussione per sapere come si pronunziasse, altrettanti per comprenderne il significato, e infine dovettero ricorrere all’interpretazione autentica.... dopo di che ne capirono meno di prima.
Ancora, don Rocco aveva addirittura sconvolto la moda del paese, nel taglio degli abiti, nella foggia dei cappelli, nella forma delle cravatte, nel modo di pettinarsi, di camminare. Ed era una gara a chi sapesse meglio imitarlo che li incitava tutti, giovani e vecchi, quasi fossero ammattiti. Però, l’imitazione doveva arrestarsi per forza davanti a talune specialità di cui egli conservava gelosamente la privativa, davanti a quel suo pastrano leggero, leggero, per esempio, attraverso il quale l’acqua non sarebbe penetrata nemmeno a buttarvela a secchie, oppure a certi solini duri, duri, su cui bastava passare la spazzolina bagnata per vederli tornar bianchi e lucidi come fossero di porcellana.
Poi, quello spirito giacobino di novità era penetrato nelle case fugandone le vecchie carte da parato, i vecchi mobili comodi e pesanti, sostituendovi le imbiancature a tempera, le ventoline giapponesi disposte a trofeo con le daghe dell’ex-guardia nazionale, le piccole tavole traballanti su tre piedi e le sedie dove ci si poteva stare a pena. E don Rocco, allorchè gli dicevano che avea saputo mutare la faccia del paese, rispondeva modestamente:
— Io?... Io non c’entro per nulla! Sono i tempi che cambiano, sono i nuovi gusti, le nuove esigenze del secolo che s’impongono!
II.
Questo aveva costituito inizialmente lo straordinario favore del barone Zarchi presso le donne. Tale specie di fascino esotico ch’egli aveva portato con sè dal suo viaggio, e che avea dato quasi al capo di tutti, esaltava di preferenza i cervelli femminili.
Ma v’erano delle altre cause: prima di tutto, la fama di donnaïuolo che avea circondato lui sin da ragazzo, suo padre, suo nonno, e tutta la famiglia Zarchi; poi le sue qualità fisiche. Don Rocco non era bello, e non lo era stato nemmeno a vent’anni, così piccolo, angoloso, capelluto com’era. Ma avea negli occhietti mobilissimi qualche cosa che attirava come la calamita, e quell’insieme di bruttezza simpatica operava una seduzione strana che, unita al gaio cinismo che gli era particolare, lo rendeva assai pericoloso.