E nemmeno alla moglie aveva potuto far la festa, per via di quelle maledette guardie sbucate all’improvviso non si sa di dove! Soltanto, mentre se lo conducevano via legato come un cristo, aveva potuto sferrarle un potente calcio nel ventre e gridare al ragazzo che si teneva aggrappato, piangendo, alle gonnelle di sua madre:

— Se io non torno, pensaci tu! — E alzando le manette verso don Rocco, il quale s’affacciava alla finestra del barbiere adesso che il pericolo era cessato: — O io, o mio figlio; ma per mano di uno di noi finirai certo!

Fu ciò che ripetè alle Assise, quando gli lessero la sentenza che lo condannava a quattro anni di reclusione per tentato omicidio con premeditazione, accordate la provocazione e le attenuanti:

— Sta bene, a rivederci da qui a quattro anni! E se non torno io, resta mio figlio!

Intanto, il barone si fece il calcolo che di lì a quattro anni poteva morire un papa ed eleggersene un altro, e quanto al ragazzo non era da pensarci neppure. La tragica notte avea prodotto una durissima scossa sul figlio di Nunzio Candioto, tanto da farlo ammalare gravissimamente di nervi. Poi, era guarito, ma il suo sistema nervoso n’era rimasto squilibrato per sempre. Egli era cresciuto deboluccio, con una estrema sensibilità che lo faceva cadere in convulsioni ad ogni minuto. Tutto il giorno, se ne stava cucito alle gonnelle di sua madre, vivendo con lei e per lei come quelle pianticelle che hanno bisogno di attaccarsi a un’altra pianta grande per vivere. Aveva per la madre un amore assoluto e selvaggio; quel ragazzo apatico, distrutto dall’epilessia, senza un impulso d’energia morale nè d’energia fisica, si sarebbe fatto ammazzare ad una parola di sua madre, e avrebbe anche all’occasione saputo ammazzare.

Contro il barone Zarchi provava un odio profondo, una specie di ribrezzo istintivo; avea sempre stampata negli occhi la terribile visione della notte indimenticabile, suo padre stretto come un cristo, in mezzo alle guardie che se lo trascinavano a forza, mentr’egli urlava, si dibatteva e, prima d’andarsene, gli legava solennemente l’opera di sangue e di punizione non potuta compire:

— Se io non torno, pensaci tu!

Ma l’obbedienza e l’attaccamento alla madre dominavano tutto in lui. Sua madre voleva bene al barone, esigeva che gli portasse rispetto, ed egli andava a baciargli umilmente la mano appena lo vedeva entrare.

Anche da quel lato, dunque, don Rocco poteva dormire tra due guanciali, e perciò tornava lo stesso di prima, allegro e spensierato come un giovanotto. Soltanto, lo pungeva la spina di quella poveretta a cui aveva tolto l’onore, la pace e la famiglia. Egli non le faceva mancare nulla e le voleva anche del bene, tanto più che si conservava sempre una stupenda bruna, ma l’altra non smetteva mai la tristezza e non faceva che piangere, come la Madonna dei sette dolori.

— Che vuoi?! — le diceva don Rocco. — Se non ci fosse quel cappio da forca di tuo marito, io, per me, ti sposerei.