La vedova di Nunzio Candioto, allorchè vennero a dirle che il barone sposava la maestra, credette di sentirsi crollare il tetto sul capo. Giusto, don Rocco mandava da lei per vedere di accomodare le cose e sapere che prezzo ella metteva per non pensare più alla vagheggiata corona di baronessa. Ma ella scacciò il mediatore, e si chiuse in casa a piangere la propria sciagura. Suo figlio, vedendola consumarsi così, senza smettere un minuto di piangere, diventava scuro, e le convulsioni gli venivano una dopo l’altra. La supplicava:

— Prendete un boccone, che non vi reggete più!... Dormite un poco, che così v’ammazzate!...

Ma la poveretta non mangiava, non dormiva, e continuava a piangere con gli occhi gonfi e rossi che parevano divenuti due fontane.

— Per carità, finitela! — le gridò un giorno suo figlio — se no, mi fate commettere uno sproposito!

Ed ella avea risposto, senza pensare a ciò che faceva, nel furore scomposto della sua gelosia e del suo disinganno:

— Ah, come bene gli starebbe, sciagurato!

Poi, mentre affondava la testa nei guanciali del letto, mordendoli e bagnandoli di lacrime, non vide l’altro, col viso di cera, che staccava dal muro la carabina di suo padre e usciva zitto, zitto...

Don Rocco tornava allora dalla sua passeggiata consueta fuori porta. Quando se lo vide davanti in quella straduccia solitaria, con quel volto e la carabina di suo padre sul braccio, ebbe paura. Ma si rimise subito, punto dalla vergogna di aver tremato davanti ad un ragazzaccio.

— Che c’è? — domandò, aggrottando le ciglia.

— È vero che voi sposate la maestra?