E qui, certo, qualcuno esclamerà: «Un poema drammatico!…—Ma credi proprio tu, che questa fosse la miglior forma letteraria, che potevi scegliere, specialmente a questi lumi di luna di verismo, e specialmente ora (e si può dire da molti anni) che i versi trovano, sui palcoscenici e nelle platee, avversari così numerosi e quasi nessun amico?»
In parte rispondo nel Prologo a queste osservazioni. In linea generale rispondo quì:
Il temperamento letterario italiano è innegabilmente lirico: lo provano le schiere innumerevoli dei nostri musicisti; lo prova il fatto, che, non soltanto furono e sono poeti due terzi almeno dei nostri grandi scrittori, ma poeti furono altresì la maggior parte dei nostri grandi uomini; che poeti furono: e scultori come Michelangelo, e pittori come Salvator Rosa, e principi come Lorenzino De-Medici e Vittoria Colonna, e prosatori come Boccaccio, e statisti come Macchiavelli, e matematici come il Vinci; e furon persino uomini di governo Dante stesso ed Ariosto.
Aggiungasi l'attitudine al verso ed al canto delle nostre plebi; la devozione con cui, a Napoli, a Palermo, a Roma, il popolo oggi ancora sta a sentire i declamatori della Gerusalemme e dell'Orlando; i molti poeti vernacoli d'ogni provincia d'Italia (notate: quasi nessun prosatore vernacolo!) cioè i poeti più ingenui, direi quasi più indigeni, fra i quali molti sommi davvero e innegabilmente eguali, se non superiori, a poeti e scrittori nella lingua nazionale, come il Porta, il Meli, il Belli.
Che più!—Dopo tante lotte e tanti trionfi alterni di classici, di romantici, di veristi, ecc.; dopo tanta letteratura di indole così varia e così mirabile, che ci venne d'oltr'alpi, il temperamento lirico degli italiani è rimasto tal quale; sicchè si può affermare con sicurezza che basta ricordare i Sepolcri del Foscolo, tanto al più raffinato critico guanto al mediocrissimo dei lettori d'Italia, perchè la loro ammirazione scoppi egualmente sincera, come se tutta l'intima loro natura si risvegliasse, non sminuita neppure dal giusto tributo offerto ad altre forme letterarie nostrali o forestiere che sieno.
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Ma il temperamento italiano non soltanto è lirico, è altresì teatrale.
I nostri musicisti, infatti, sono quasi esclusivamente operisti; l'opera, anzi, è nata qui. Il risorgimento delle lettere vi dà, addirittura ai primordi, commedie dello stesso Macchiavelli e di Bruno, insuperate ancora nell'arditezza. Il poema di Dante si chiama Commedia! Decisamente il teatro noi italiani l'abbiamo nel sangue, se—come alla lirica—statisti e filosofi al par di quelli, gli dedicano parte della loro vita.—L'abbiamo tanto nel sangue, che gli anglo-sassoni ci chiamano persino una «nazione teatrale».—Al che si potrebbe rispondere: che l'indole d'ogni popolo è fatale, ed ognuno—anche l'anglo-sassone—ha la propria, coi suoi difetti e colle sue virtù, colle sue esagerazioni e coi suoi equilibri. Ma si potrebbe soggiungere: che, per noi, il conservar questo temperamento teatrale è quistione anche di gratitudine; poichè esso ebbe la benefica influenza di tenerci vivi, nel mondo e fra noi, quando lo straniero ci schiacciava; quando, cioè, non potendo combattere battaglie, Guerrazzi scriveva dei libri, sì, ma, sulle scene, Goldoni era in fiore, e vi risonavano le melodie di Rossini, di Donizetti, di Bellini, di Verdi e i versi di Alfieri, di Niccolini, di Manzoni e di Romani.
Quanto al gusto, alla moda odierna, mi sembra esagerata l'affermazione di coloro, i quali ritengono che al pubblico ripugni il verso sulla scena drammatica.
Al pubblico ripugna soltanto la monotonia, e piace la varietà. Il verso gli venne in uggia quando se ne abusò, come gli venne in uggia la commedia a tesi, e come sta per venirgli in uggia la pochade per lo stesso motivo.—Ma già, nel Prologo, accenno a queste cose; qui mi sia concesso di osservare: che i fatti danno torto, anche nel presente, a quella affermazione; poichè, laddove il verso compare ancora sulla scena drammatica (e non son rare le volte) purchè vi compaja come varietà e non come consuetudine, e purchè gli attori siano eccellenti, il pubblico, specialmente la classe popolare, affolla ancora il teatro più dell'ordinario.