NUSHÈH |
MAHAFERID |
GERIRÈH | Dame
EFRAIM, schiavo ebreo
JERAK, mago
ORMUZDE, battelliere
Soldati—Satrapi—Sacerdoti—Schiavi medî, egizi, sciti, ebrei—Dame, Danzatrici, Citarede.
A Babilonia.—600 a. C. circa.
PROLOGO
Io sono il vecchio Prologo, ma vecchio
Così per dir; poichè l'Arti non hanno
(Ed il Teatro, mio padron, con esse)
Un'età. Ben lo so: la moda e il gergo
Dei critici, talor, sembrano imporre
All'Arti Belle coll'età un costume….
Ma ridon l'Arti di critici e mode!
Figlie d'un Vero, che Finzion si chiama,
Piace ad esse vestir gli idoli e l'are
In varie foggie. Ad ogni nova foggia
I critici invasati afferman «quella
«Esser la sola che accettar si debba».
Ma ancor finito d'affermar non hanno,
Che i devoti s'annojano, esclamando:
«O classici, o romantici, o veristi,
«Siete uguali per noi!… Se mutar foggia
«Vi garba,… meglio!… A noi basta del Nume
«La presenza sentir!»
Ond'è, signori,
Che il buon pubblico ancor del pari ammira
Goldoni e Shakespear, Ibsen e Labiche;
Nè, forse, gli dorrà che sia poema
Questo spettacol scenico, per l'alto
Concetto suo.
Lagrime e sangue grondano
Della Storia le pagine; e di tante
Vittime e tante, che immolò la guerra,
Ignoto è il nome; sol vive il ricordo
Dei più truci carnefici.—Felici
Furon costoro almen?—No!—Dell'umana
Letizia fecondar non può le ajuole
La rugiada del sangue.—Da quei campi,
Ove sepolti i cadaveri a mille
A fior di terra stanno, o abbandonati
Tra solchi immondi, un vibrïon s'aderge
A vendicarli!—E te, forse, alla gola
Ghermì a Sedan, o Federico, o biondo
Imperator, che pur mite nascesti;
E te, o Nabuco, al cerebro ghermìa.
Or dunque, o genti, perchè ancor vorreste
Esser vittime voi, se neppur dànno
Felicità ai carnefici quel sangue
Che per lor voi versale, e quelle lagrime
Che versano per voi le vostre donne?
Qui Nabuco evochiamo; ed egli stesso,
Egli, l'orrendo sacerdote antico
Di questa orrenda religion dell'armi,
Urli e ripeta colle labbra sue:
«Anatèma alla guerra!»
Del poeta
Questo il pensiero,—A lui, siate cortesi.