Milano, dicembre 1876.
LA SENAVRA[1]
AI DOTTORI A. MAGNI E A. ARCARI.
Sognatori incorreggibili;
Fervidissimi credenti;
Cranî vasti e cranî piccoli
Dai cervelli turbolenti;
Furibonde crëature
Piene d'ansie e di paure;
Vociatori allucinati
Dagli spettri torturati;
Barcollanti paralitici
Avviati alla demenza;
Infelici, cui sovreccita
L'epilettica potenza;
Pellagrosi, a cui la Fame
Dissanguò le carni grame
Per dipingere le rose
Delle mense sontüose;
Catalettici, insensibili
Come il cuor d'una beghina,
Dallo sguardo spento e immobile,
Dalla testa sempre china,
Cui l'orrenda malattia,
Ch'è peggior dell'agonia,
Indurì la gamba e il braccio
Come il ferro e come il ghiaccio;
Idïoti tardi e sucidi
Dalle stolide risate;
Silenziosi melanconici
Dalle fronti ottenebrate;
Vecchi e bimbi, uomini e donne,
A cui celan vesti e gonne
(Dalla modula uniforme)
La goffaggin delle forme;
O pöeti, cui, per esserlo,
Non mancò che l'equilibro;
O confuse e sparse pagine
Che talor non fan più un libro;
O filosofi egoïsti
Che furiosi, o lieti, o tristi,
Suggeriste un entusiasmo
All'indagine d'Erasmo;
Io vi veggo dell'Ospizio
Negli androni lunghi e scuri
Sfilar tutti e, a larve simili,
Rasentar gli scialbi muri;
E me stesso e il mondo oblio
Nell'udir lo stropiccìo
Delle scarpe trascinate
Sulle pietre levigate.
Quest'Ospizio, or non è un secolo,
Era un chiostro solitario;
Vi dormian, tranquilli, i monaci
Fra una cena ed un rosario:
Quella pace chi rimembra?
Tutto muta!… E il chiostro or sembra,
Per le grida e il chiasso eterno,
Una bolgia dell'inferno!