Quanti sogni!… Quanti fascini!
Quanti inani desideri!
Quante vacüe dovizie
Di ipotetici forzieri!
Quante inutili ambizioni
Irte a mille umiliazioni!
Quanto spreco di esistenze
Per ridicole parvenze!
Quanto fremer di battaglie
Idëali in queste mura!
Che splendor di luci incognite!
Che prodigi di natura!
Che profumi di giardini….
Nel pensiero dei meschini!
Che romane orgie evocate
Dalle femmine eccitate!
Salve!… Salve!… Questo popolo,
Che stropiccia i corridoi,
È di re un'augusta accolita!
È un manipolo d'eroi!
Sono artefici immortali!
Sono duci e generali!
Sono menti sovrumane!
Son duchesse e cortigiane!
Questo giovane, che medita,
È un sapiente… che sa nulla!
Questa vecchia ottuagenaria
Va affermando esser fanciulla!
Questo mostro d'ambizione
Vi domanda un mozzicone!
Questo semplice artigiano
Vuole onori da sultano!
Una donna, melanconica
E dal volto deformato,
Vi susurra: "Dunque, Emilio,
"Non m'inganno!… Sei tornato!"
Ed un'altra, in foggie strane,
Si rimbocca le sottane
Al disopra dei ginocchi,
Ammiccandovi degli occhi!
Chi combatte cogli spiriti
Grida, impreca e il braccio ruota;
Altri, al suol cadendo supplice,
Resta in estasi devota;
Poi proteste, insulti ed ire!…
"Io son savio!… Voglio uscire!
"Scellerati!… Al cenno mio
"Ubbidite!… Io sono Iddio!…"
Se la vita è un mar simbolico,
E se noi siam naviganti;
Se quaggiù bonaccie e turbini
Voglion dir sorrisi e pianti,
O miei buoni, questa gente,
Che non sa dov'è l'oriente,
Questi miseri sparuti
Sono naufraghi perduti!…
Ahi!… La Scienza, con un gemito,
Dietro a lor perde il coraggio,
Nè sa ancor qual sia la gomena
Da gettar pel salvataggio!
Incessante l'uragano
Scuote il rabido oceàno….
Ed i fragili intelletti
Si frantuman tra gli affetti!…
Fedi e infamie, amori ed odii,
Amarezze ed illusioni!
Ecco i venti, i nembi, i fulmini!
Ecco i tristi cavalloni!
Fino il duol del padre oppresso
Nei nepoti resta impresso,
E van pazzi a cento a cento
Per chimerico spavento!
O follia, sei tu un'orribile
E fantastica megera
Che trapassi in mezzo agli uomini
Come rapida bufera,
E che godi, sghignazzando,
A toccare il fronte blando
Del dormente nëonato
Con un dito arroventato?