Eugenio, l'abitudine
È una cinica Dea,
Che avvelenò coll'alito
Ogni sublime idea!
Profuse il genio ai popoli
Le perle smaglïanti
E un'orda di baccanti
In pietre le mutò!
Dal dì che all'Evangelio
Pace e conforto io chiesi,
Dal dì che il cor degli uomini
A interrogare appresi
E, come un serpe, ascondersi
Vidi nel Bene il Male,
Il giorno di Natale,
Da allora mi indignò!
I pöetastri raglino
Vieti e melliflui canti,
Le olenti dame pensino
Ai bambini lattanti,
Credan davver gli stolidi
Ch'oggi ogni sdegno è spento,
Biascichi un complimento
Ogni bocca volgar!
Io, solitario, medito
Chiuso nella mia stanza
Che retaggio di popoli
Grulli è una grulla usanza…
Nè a vagolar pei trivii
Coi miei pensier discendo,
Chè fuggo un quadro orrendo
Che m'eccita a imprecar.
Giù v'è un delirio, un'orgia
Di sangue e di carname;
Polpe squarciate e muscoli
Ornati di fogliame,
Bestie sgozzate e viscere
Ancora palpitanti,
E rosse man fumanti,
E gocciolanti acciar!
Lungi da me l'orribile
Tripudio dei macelli,
Ove le fronti pallide
Di pecore e vitelli,
Trofëo spaventevole,
Col livid'occhio spento,
Mandandomi un lamento,
Mi possono guardar!
Lungi da me, o limosine
D'un mondo imbellettato,
Chicche donate ai bamboli
D'un popolo affamato!
Lungi da me l'ingenua
Fede dei tardi ingegni,
Che spengansi gli sdegni
Coll'agape d'un dì!
Lungi da me quest'ebete
Sfida a chi più divora,
Quest'inno che da gonfie
Ventraglie erutta fuora!
Lungi da me l'effluvio
Di frutta e di dolciumi,
A cui gli acri profumi
Inutil sangue unì!
O triste lotta!… O vincolo
Fatal della Natura!
È ver, dell'altrui sangue
Vive ogni creatura!
È ver, la morte è il nocciolo
Che genera la vita!
In terra e in ciel scolpita
La dura legge io so!…
Ma, per far festa, uccidere,
Non per sbramar la fame;
Ma il rider tra i cadaveri,
Gridando: Pace!… è infame!
Ma l'esclamar tra i rantoli
"Quest'oggi è un giorno gajo!"
È lazzo da beccajo
Che il sangue inebrïò!