Gli affari prosperavano—che da parecchie annate,
I villani contavano—men meschine derrate;
E perciò nelle botti—non dormigliava il vino.

La fanciulla avea nome—Lisa; il padre Martino.
Era un buon galantuomo—(cosa in un oste rara
Ed in tutti i mestieri).
—Stando al mondo s'impara.
E Martino a sessanta—anni aveva imparato
A pigiar bene l'uva,—a trovar sul mercato
Fiducia, e ad adorare—l'unica figliuola.

* * * * *

Nel cinquanta a Mercallo—fu fondata una scuola.
Era il verno.—Il Comune—fe' venir da Milano
Un maestro; un bel giovane;—avea nome Graziano;
Gli diè il lauto stipendio—di quattrocento lire
All'anno, e un bugigattolo—dove poter dormire.

Con quattrocento lire—di Milano (vi pare,
O miei buoni lettori?)—nessun la può scialare!
Eppure il giovinotto,—contro ogni economia,
Avea trovato il modo—d'andare all'osteria
Tutte le sere!
È vero—che beveva assai poco!
Un bicchiere soltanto!…—Se lo sorbiva al fuoco,

Ma di bicchier quel verno—egli ne bevve tanti,
Che in aprile Graziano—e Lisa erano amanti!

* * * * *

Il padre se ne accorse—e ne fu lieto assai,
Ma nè a Lisa nè al giovane—volle parlarne mai.
Gli piaceva il maestro.—Il suo piglio cortese
Gli aveva cattivato—gli animi del paese.
Era povero!… È vero!…—Ma cos'era Martino?…
Viveva! Questo è il compito—di chi nacque meschino…
E il vecchietto diceva:—"Presto l'avrò adempito!"

Quando la primavera—col suo tiepido dito
Venne a schiuder le imposte,—inchiodate dal verno;
Quando i campi e il creato—col loro canto eterno
Intuonarono l'inno—della vita novella;
Quando Lisa a Graziano—parve farsi più bella;
Quando fu del vin vecchio—vuota l'ultima botte;
Il maestro veniva—dopo la mezzanotte
A passeggiar soletto—intorno all'osteria.

Allora al primo piano—una griglia s'apria.