Era una stalla.—
Piovea la luce smorta
Da una piccola lampada—che dall'alto pendea;
Una magra giovenca—gravemente giacea
Su poca paglia; agli angoli—delle rozze pareti
I ragni sciorinavano—le polverose reti;
La soffitta, composta—d'esili travicelli,
Era negra pel fumo;—vanghe, zappe, rastrelli
In un canto appoggiavano—l'aste lunghe e lucenti;
In fondo c'era un mucchio—d'erbe e di fiori olenti
Falciati nella sera.
—La fanciulla s'assise
Su quel mucchio di fiori;—alzò gli occhi e sorrise.
Poi disse a voce bassa:—"Qui ci vede nessuno!
"Mio padre dorme… E poi—sarà un minuto!"
Il bruno
Ufficiale si pose—a sederle dappresso.

Ella guardò per poco—lo smagliante riflesso
Dei bottoni dorati—del giovane soldato;
Li toccava, tremando,—col dito fusellato;
Sembrava come assorta—in un sogno; chinava
La testa sovra il petto—e quel petto anelava…

Ad un tratto, cogli occhi—socchiusi, alzò la faccia;
Cinse il collo del giovane—con entrambe le braccia
E………..—…………
………..—………….

* * * * *

Giovinette ardenti,—donne all'amor crëate,
Da una stolida legge—a soffrir condannate,
Non sognaste voi forse—il gaudio d'un istante
Ricordando il profilo—d'un maschio sembïante?

O superbe matrone,—dalle vesti scollate,
Che parlate d'onore—e di virtù parlate,
Io sorrido al severo—vostro piglio glaciale
Perchè so che i viventi—hanno un nemico eguale!
La carne!… Questa schiava—ribelle, non mai doma,
Che freme al sol contatto—d'una leggiadra chioma!

Voi pur siete di carne,—o severe matrone,
E forse in qualche giorno—di suprema oblivione
E d'ardore supremo,—da ogni sguardo lontane,
Voi pure calpestaste—le convenienze umane,
E ai baci d'un ignoto—vi abbandonaste ignude!

Chi narrerà i misteri—che un cuor di donna chiude?
Chi gli incontri fatali—che il caso ha preparato?

Fu un istante!… Nessuno—lo seppe… Il fortunato
Baciò, tacque e passò…
—La matrona severa
Ripigliò la sua maschera—nei crocchi della sera;
Ad un detto men cauto—finse sentirsi offesa;
Frequentò, come al solito,—e corsi, e balli e chiesa;
Licenziò la domestica—e il fedel servitore
Perchè nell'anticamera—parlavano d'amore;
E, suscitando intorno—mille fiamme lascive,
Visse, come ogni dama—che si rispetta, vive:
Ipocrita a trent'anni,—bacchettona a cinquanta,
Borbottona a sessanta,—e nel feretro santa!…

Giovinette di fuoco,—donne all'amor create,
Da uno stolto egoïsmo—a soffrir condannate;
Giovinette di fuoco—e superbe matrone,
Che forse in qualche giorno—di suprema oblivione
E di supremo ardore,—da ogni sguardo lontane,
Calpestaste con gioia—le convenienze umane
E ai baci d'un ignoto—v'abbandonaste ignude,
Voi capirete il senso—che il mio racconto chiude!