Il barbaglio
Della gloria e del genio—pel filosofo è nulla!
Chè, sfrondati gli allori,—v'è la campagna brulla;
V'è la campagna brulla,—tutta a macchie di sangue;
Ove il forte sogghigna;—ove il debole langue;
Ove stanno i carnefici—e le vittime.
Evvia!
Perchè mai vi spaventa—questa novella mia?
Converrebbe abolire—la storia ed i cannoni
Per non parlar di boia!
—Abolirli?… Illusioni
D'anime semplicette!
—Togliam le guerre e il boia,
E impossibile è il dramma,—e morirem di noia!
L'umanità è un malato—che di salassi ha d'uopo!
Ma finiran le guerre—e i carnefici!…
E dopo?
Che faranno i mortali?—Quali saranno i temi
Degli umani discorsi—degli umani pöemi?
Saran la fede immensa;—l'amore universale;
I viaggi nell'aria,—e l'assenza del male;
Del male, che pei posteri—sarà l'egual chimera
Di quel che è il ben per noi!
—E s'anco fosse vera
Questa ideal famiglia—degli umani (fra mille
Miliardi di secoli)—figgiamo le pupille
Ancor più innanzi…
Il cèrebro—Mormora ancora: "E poi?…"
Siam daccapo alla noia!
II.
—Fra tutti i pari suoi
Mastro Spaghi emergeva—nell'arte del capestro.
La gran pratica è vero—l'avea reso il più destro
In tal ramo di scienza;—ma il suo merito c'era.
Fabbricava lacciuoli—in siffatta maniera
Che gli altri d'imitarlo—avean tentato invano!
La seta più ribelle—di mastro Spaghi in mano
Si mutava in un filo—così forte e sottile,
Qual non l'avria mutato—la mano più gentile
D'una donna ai ricami—espertissima.
* * * * *
Quando
Saliva sopra il palco—era proprio ammirando!
Dall'alto della forca—con un braccio potente,
Al segnale prefisso,—ei ghermiva il paziente;
Gli chiudeva la strozza—col famoso lacciuolo;
Poi, lasciata la vittima,—ratto balzava al suolo
E, con ambe le mani—afferrati i ginocchi,
Dava uno strappo…
Il misero—schizzava in fuori gli occhi
Tremava in tutto il corpo;—contorceva la faccia;
Allungava la lingua;—dibatteva le braccia;…
Ma era affar d'un istante!…
—E il popolo plaudiva
A lui che così presto—d'una persona viva
Sapea fare un cadavere!
* * * * *