Il popol gli era grato,
Perchè soltanto il popolo—era allora appiccato.
I nobili morivano—di scure, e i popolani
Dicean: "Se mi facessero—appiccare domani
"Per man di mastro Spaghi—preferirei morire.
"Mastro Spaghi ama il popolo,—chè non lo fa soffrire!"
III.
In vent'anni la fama—del nostro personaggio
Nelle città d'Italia—avea fatto vïaggio,
Raccontando la storia—di mille impiccamenti,
Miracoli dell'arte,—alle estatiche genti;
Tantochè mastro Spaghi,—il carnefice artista,
Era chiamato ovunque,—al par d'un concertista
Nei dì presenti; ed egli—era sempre in cammino.
Oggi appiccava un ladro—nella città d'Urbino;
L'indomani a Piacenza—giungeva di gran fretta
Per un villan, che avea—tentato far vendetta
Contro il Duca, perchè—questi gli avea (badate
Che inezia!) la sorella—e la sposa violate;
Il dì dopo correva—a Firenze, chiamato
Per un giovane ardente,—che aveva cospirato
(Diceva la sentenza),—contro le leggi.
Insomma,
Mastro Spaghi pareva—una palla di gomma
Che balza, ed agli astanti—sembra dir: "Dove vado?"
IV.
Adesso lo troviamo—a Sant'Angelo in Vado,
Grossa borgata allora,—posta tra l'Appennmo
Ed i repubblicani—colli di San Marino.
A Sant'Angelo in Vado—non c'è che una prigione.
Nel mille e due (secondo—la vecchia tradizione)
V'abitavano i frati;—era un piccol convento;
Non divenne prigione—che nel mille e trecento.
* * * * *
Mastro Spaghi sedeva—in un umida stanza,
I cui muri, giallognoli—e a macchie, avean sembianza
Di facce d'appiccati.
—Era una notte estiva.
Sui campi la finestra—della stanza s'apriva.
Di fronte alla finestra—c'era una porta, quella
D'un carcere, che un tempo—era stato una cella,
Là stava il condannato—a morire domani
Sulla forca.