* * * * *
Sovra la rozza panca—il vegliardo si scosse.
Avea il pianto negli occhi—e mormorò:
"Se fosse
"Viva, avrebbe vent'anni—la povera piccina!
"Vorrei diventar cieco—per averla vicina!
"Che sarà divenuta?—Sarà dessa felice?
"Forse è una gran signora…—Forse una meretrice!
* * * * *
Così parlava.
Intanto—la dolente fanciulla
Gli abbracciava gli stinchi,—senza comprender nulla.
Alfin surse da terra,—chè volavano l'ore.
Avea l'occhio velato—da un osceno languore,
Ed additando l'oro—mormorò al vecchio:
"Senti:
"Questi sono testoni—tutti nuovi e lucenti…
"Son dieci!… Sono pochi!—Ma se tu mi concedi
"La sua vita, oltre l'oro—che scintillar qui vedi.
"Io ti darò… me stessa!…—E sono bella!… Guarda!…"
E si slacciò le vesti.
—Ei con mano gagliarda,
"Quasi sdegnato, e altrove—guardando, ricompose
Le vesti.
Ella la destra—gli strinse. Vi depose
Un bacio e disse:
"Grazie!—Oh!… Grazie, padre!
* * * * *
Allora,
Nelle braccia serrandola:—"Lontana è ancor l'aurora!"
Esclamò il vecchio. "Insieme—con voi verrò!.. Mia figlia,
"Sì, mia figlia sarai!"
XV.
—E dalla ferrea griglia
Del carcer, pochi istanti—dopo, uscivan tre ombre.