XIII.

Allora la fanciulla—divenne mansüeta
Come un pazzo, cui nota—voce d'amico accheta.
Il suo viso, che l'ira—aveva imporporato
Tornò pallido.
Il labbro,—qual ferro arroventato,
Restò sol di carminio.
—Ivi il sangue soltanto
Afflüiva nei giorni—della gioia e del pianto;
Ed un genio, guardando—quelle labbra procaci,
Dovea dir: "Questa donna—è nata per i baci."

* * * * *

Mastro Spaghi, seduto—vicino alla lucerna,
Somigliava alla statua—dell'attenzione eterna.
Il morente lucignolo,—mobile e vaporoso,
Fissava sul suo cranio—un punto luminoso.

* * * * *

Come un rettile, a terra—la fanciulla strisciando,
A lui venne dinanzi;—e, gli stinchi abbracciando
Del vegliardo, gli disse:
—"Tu non l'ucciderai,
"Non è vero?… Perdonami—s'io piansi e mi sdegnai…
"Come sei bello!… Parla!—Io non credea davvero
"Che gli uomini che fanno—un simile mestiero
"Avessero una faccia—così buona, e che pare
"Quella dipinta in chiesa—sul quadro dell'altare!"

XIV.

Mastro Spaghi taceva—fissandola nel viso;
E nei suoi occhi azzurri—vedeva un paradiso.
Un'iride ideale—di memorie e d'amore,
Di dolci desiderii—soffocati nel cuore.

Come in mezzo alla nebbia—gli passava davante
Della perduta sposa—il leggiadro sembiante,
Che gli dicea:
"Coraggio!—Se tu cedi, io perdono!"

Poi gli giungea all'orecchio—con argentino suona
Una voce infantile;—quella d'una bambina;
Che vinceva gli accordi—d'un'armonia divina.