—Principe di Lavandall, voi avete richiesta la mia mano?

—La vostra mano oggi,—rispose il principe con una specie di sussulto—domani…

—Il domani appartiene a Dio, signore—replicò la giovinetta di un'aria ispirata. Principe di Lavandall, eccovi la mia mano.

—Grazie, angelo del cielo!—sclamò il principe al colmo dell'entusiasmo.

—Tutto ciò che una donna può impartire, principe di Lavandall, io ve lo dò. Divozione, fedeltà, sommissione, sacrificio, fede… io metto tutto ai vostri piedi. Voi m'introducete alla vita. La mia vita, a partir da oggi, vi appartiene. Entrando nel vostro focolaio, io non lascio nulla dietro a me—nulla, che dei vaneggiamenti! Voi siete tutto per me, passato ed avvenire, parenti e sposo, la terra tutta intera: mia madre!

—Basta, Maud—fece il principe. Voi obliate però una parola, fra tutto codesto. Ora, se questa parola, che voi obliate adesso, la ritroverete giammai nel vostro cuore, ditemela! perchè giammai un uomo non avrà tanto studiato di sì ben meritarla che me. L'amore non si fabbrica, nasce.

E dicendo ciò, prese la mano della sua fidanzata e vi appoggiò per la prima volta le labbra.

Poi entrò nel salone con lei.

Il viso del principe portava lo stampo di un grande esaltamento. I colori vi andavano e venivano come le onde sulle rive dell'Oceano. Un sudor freddo perlava la sua fronte. Le sue mani erano madide e ghiacciate. Un sordo tremolio alterava la sua voce.

Si andò alla chiesa.