Infine egli lesse a mezza voce, come avrebbe fatto se fosse stato solo:

«Fratello….

—Fratello!—gridò il principe—fratello ancora…!

«Io era sul punto di partire e di rendermi al tuo appello. Ò avuto paura… Ò avuto paura che quando tu mi avessi ucciso, e che tu avessi poscia saputo la verità, ne saresti stato sventurato per tutta la vita.»

—Tutta la vita!—commentò il principe—In quanti mesi, in quanti giorni ciò può consistere, dottore? Egli dice: sventurato! Sarei io dunque felice, dottore, senza avvedermene?

—Tutto codesto non tien che a voi, principe mio—rispose il dottore.

«Tu sai che io non mi spavento alla vista di una spada…»

—Se lo so!—gridò il principe. Crede egli dunque che io non compresi ch'e' poteva uccidermi l'altra volta, e ch'e' fece a posta un movimento per precipitarsi sulla mia spada? La paura non è di casa nostra.

«Ma oggi, io non sono ancor pronto. Delle visioni, dell'emozioni, il sovvenire di nostro padre, le memorie della nostra infanzia sì tenera… Te ne ricordi tu, Pietro? I nostri bei giorni di està, a correre nella foresta… le lunghe nostre notti d'inverno, passate sulle ginocchia del nostro nobile padre, che ci raccontava le battaglie di Napoleone, l'incendio di Kremlin, la campagna di Russia, Waterloo, e mille aneddoti degli tzar Paolo ed Alessandro?… Ebbene, no, oggi è impossibile. Tutto ciò mi assedia nella mia camera. Io non posso uscire…»

Il principe leggeva di una voce soffocata dalle lagrime; i singhiozzi lo strangolavano. Non pertanto, continuò: