—Ora, che avverrà del mio trono, dopo la mia morte? Ecco la mia preoccupazione. È mestieri che io lo lasci a mio fratello—vale a dire, all'uomo che io odio di più in questo mondo.

—Sire—osservò il P. d'Ebro timidamente—il Signore proibisce l'odio, e la Chiesa non ordina di odiare che il peccato.

—Pertanto, bisogna ad ogni costo—dovess'io proclamar la
Repubblica—che quell'uomo non mi succeda.

—Sire, le leggi fondamentali della Corona sono inesorabili su questo punto. Esse assicurano la successione a vostro fratello, se V. M. non avrà prole.

—Inezie! Chi à fatto quelle leggi? Gli Stati della nazione ed un altro re, che non era neppure dei miei antenati. Ebbene, che cosa è un re?

—Sire, l'Ecclesiastico à detto: «Dov'è la parola del re, quivi è la potenza. E chi può dirgli: cosa fai tu? Chi tiene il comando non può far male; ed il cuore di un uomo saggio distingue bene il tempo ed il giudizio.» Tale è il re.

—Io abrogherò la legge allora, e farò per il meglio.

—Sire, lo spirito del male non si rassegna giammai al bene, senza procurare di tuffarlo prima nella desolazione. Il principe di Tebe potrebbe cagionar dei malanni.

—Gli è precisamente codesto che sveglia le mie angustie. I popoli sono diventati infami: essi pensano e giudicano!

—Vostra Maestà è ancora giovane—insinuò il P. d'Ebro—e Dio semina l'avvenire. Ma l'uomo crea pure gli avvenimenti… e li corregge.