—Per il mezzo lo più sicuro: dal padre d'Ebro, confessore di mio fratello.
—Possibile?
—L'è così. Io vado a raccontarvi tutto; ma procediamo con ordine.
V.
Il seguito della colazione di Bianca e di Balbek.
—Io pass'oltre a tutto ciò che i gazzettieri àn raccontato di questa storia nei libelli e nei giornali—favellò Tebe. Voi avete dovuto leggere tutto codesto.
—L'ò letto, Altezza.
—Allora voi saprete che tra mio fratello e me fuvvi mai sempre la più cattiva intelligenza. Sarebbe perchè mia madre, quando era incinta di mio fratello, si annoiava dei sermoni di un gesuita, e quando era incinta di me, si divertiva con un ciambellano saltimbanco? Dio lo sa. Il fatto è, che mio fratello non à saputo mai tollerarmi.
—Tutti i gabinetti di Europa non ignorano codesto.
—Bene. A ciò si aggiunsero le insinuazioni dei confessori e dei cortigiani. Sua Maestà si lamentava di un'indigestione? io l'aveva avvelenata! Sua Maestà aveva mal dormito? gli è ch'ella aveva creduto vedere l'ombra mia tra il muro e le cortine del letto! Le truppe di S. M. erano state battute? io aveva comunicato i piani strategici al nemico! I sudditi di S. M. si querelavano del suo malgoverno? ero io che li ammutinava. I figli di S. M. erano morti? era io che aveva dovuto soffiare su di loro il germe della morte! Infine, se S. M. non poteva più avere dei figliuoli, l'era io che lo aveva fatto sfinire da una ganza al mio servizio. Breve: io era il dio Siva del regno e del re Taddeo. Io metteva paura alla gente in cocolla e in livrea, che mi aveva tanto oltraggiato—e sapeva che io mi sovveniva e che non avrei mai perdonato. Bisognava dunque cacciarmi da parte ad ogni costo. E s'inspirò al re l'idea di un nuovo matrimonio.