«Il suo carattere virile sarà opportuno alla lotta, dopo la mia morte. Il suo spirito elevato braverà il sacrifizio, innanzi al quale, io lo so, una donna volgare rinculerebbe, ma che pertanto è indispensabile onde dare come erede del mio trono il figliuolo di mia moglie.
«Ora, chi peserà queste ragioni di Stato? chi indovinerà questi sentimenti di un uomo curvato sotto il peso del suo dovere? chi distinguerà, in mezzo alle apparenze equivoche, la voce della coscienza che ispira i martiri, e chi farà gradire i miei voti alla principessa, se non voi che, re, conoscete i doveri cui impone la corona; che, padre, valuterete il trono sul quale vostra figlia verrà a sedere? Come parente, voi vi affliggerete del mio scorruccio e dei miei malanni domestici; come amico, vi addirete a portar soccorso alla mia miseria. Sì: mi occorre un erede a qualunque costo—ed è per questo che, malgrado le infermità dalla mia persona, vi dimando vostra figlia. A voi, che non mi siete straniero, nè per sangue nè per cuore, ò bisogno soggiunger altro?
«Al momento in cui tutto sarà pronto ed assicurato—se consentite a venirmi in aiuto per cavarmi fuori di questa crisi—non avrete che ad ordinare al marchese delle Antilles di aprire il dispaccio suggellato di cui l'ò munito, ed ei farà la dimanda ufficiale della mano della principessa Bianca. Se mi negate il vostro soccorso, non ne rimango mica meno l'amico di V. M., del di cui spirito e saggezza ò una così grande considerazione.
«Voglia Iddio ispirarvi, cugino mio, e farvi comprendere il vostro dovere di padre, con la medesima amplitudine ed il medesimo disinteresse che io comprendo quello di re, di uomo e di amico.»
—Che abbominevole guazzabuglio!—sclamò il principe di Lavandall. Se Vostra Altezza non me l'avesse detto, lo avrei indovinato che quella scritta usciva da un'officina clericale, ed era stata mandata da un sovrano.
—Ebbene, quest'infame lettera ebbe il suo effetto. Si dètte alla donzella il duca di Balbek per cavaliere di compagnia, ed il re Claudio rispose per un'epistola sul medesimo tono e stile.
—Vostra Altezza non à la copia della risposta?
—Sì, e della medesima mano del padre d'Ebro. Ma non me la ricordo mica così bene che l'altra. Diceva, in sostanza: che S. M. Taddeo poteva contare che l'appello alla sua affezione non resterebbe senza effetto, poichè trattavasi non solamente di consolare e rassicurare un parente, ma di punire uno scellerato—lo scellerato ero io—e di salvare una dinastia; che S. M. Claudio III accomoderebbe le cose di maniera che tutto fosse salvo: l'onore, la dignità, gl'interessi della successione, il segreto, il rispetto alla morale ed alla religione, l'augusta serenità del padre e dello sposo; che S. M. Taddeo, per la sua condotta disinteressata e piena di nobiltà, onorava la corona—la quale diveniva doppiamente divina, e per la benedizione di Dio, e per il sacrificio e l'umiltà dell'uomo, che s'inchinava innanzi al gastigo della Provvidenza, da cui si apparecchiava il rimedio nel tempo stesso che apriva la piaga…
E così, per quattro pagine zeppe zeppe.
—Quale di quelle due lettere è più vigliacca, e chi di quel padre o di quello sposo è più infame agli occhi di Vostra Altezza?