«Devo presentare nel mondo una mia giovane parente di una eclatante bellezza. Ora, come voi siete il lion dei nostri lioncini parigini della moda, vi dimando quale giorno sarete libero per venire al mio ballo, onde io lo assegni, e lo indichi in seguito agli ambasciatori di Russia, di Spagna e di Turchia, ed ai nostri signori del Faubourg. Fatemi la grazia di una parola di risposta, ecc., ecc…
«AUGUSTA THIBAULT.»
—Chi à portata questa lettera?—dimandò il duca al lacchè.
—Una specie di messere, che aspetta la risposta.
—Fatelo aspettare.
E Pradau non dimandava di meglio che aspettare.
VII.
L'estetica della livrea insegnata nell'anticamera.
Egli aveva bello chiamarsi Pradau, come si era chiamato di cento altri nomi in Russia, in Polonia, in Austria, in Turchia, in Italia. Egli aveva bello azzeccarsi delle basette troppo scure, dei capelli neri con una cresta a mo' di Luigi Filippo, a bellettarsi come il famoso duca di Brunswick… Egli non si sottrarrà ai nostri sguardi come a quelli della polizia. Egli sarà per noi ciò che è: il babbo Tob, il capo degli zingari. Egli non è meno adesso, che quando si chiamava babbo Timoteo, l'intendente di madama Augusta Thibault.
Egli non à perfezionato il suo carattere, e non à aumentato nella nostra stima, in proporzione che à aumentato la sua fortuna, i suoi talenti, le sue relazioni sociali.