Nel 1837, il dottore si decise infine a rivisitare la Svizzera.

E' si aspettava, senza dubbio, a trovare un cangiamento radicale nella gitanella che vi aveva lasciata. La natura e l'educazione avevan dovuto menare a buon termine l'opera, e realizzare o disingannare molte speranze e promesse. Ma tutto ciò cui il dottore aveva fantasticato lungo il viaggio, soprapponendo, per una specie di ricostruzione psicologica, immagine sur immagine, ritratto su ritratto, era rimasto indietro dalla realtà cui Regina doveva offrire ai suoi sguardi stupefatti.

La natura e l'educazione avevano principescamente finito lo schizzo, cui il dottore aveva intravisto a Nicastro. Regina era veramente divenuta, per bellezza, quella macchina infernale cui il dottore aveva presentito.

Il colorito stesso della giovinetta erasi rischiarato. Aveva acquistato quella pallidezza opaca ch'ànno le Italiane quando son pallide, non gialle—quella pallidezza perlata, cangiante sotto le pulsazioni, più o meno vive, del cuore, ed alla marea più o meno calda del sangue: un caleidoscopio di passioni! Poi, Regina sapeva tutto—o piuttosto parlava di tutto; perchè la sua memoria prodigiosa la serviva da sovrana.

Ella ricevè il dottore, innanzi al mondo, con il rispetto e l'affetto di una tenera nipote. Ma, non appena e' si trovarono soli, Regina si piegò all'orecchio del dottore e gli chiese:

—Orbene, caro zio, voi non mi dimandate dunque mica nuove della gitanella di Nicastro?

—Ella è morta, la piccola furfantella—rispose il dottore intrepidamente.

—Che disgrazia!—sclamò Regina—morta! Pertanto, convenitene, caro zio, quella scimmiuola lì era pur gentile.

—Io ne conosco un'altra che l'è di vantaggio—rimbeccò il dottore baciandola in fronte.

Il dì seguente ei partì…