A Parigi, poi, il conte Gennaro s'invaghì degli studii medicali, trovandosi in contatto con i grandi spiriti della Francia dell'epoca—che era ancora la Francia dell'Enciclopedia e di Voltaire. Infine, e' prese servigio, come medico, negli eserciti dell'Impero e seguì la stella di Napoleone, a traverso l'Europa.

Le meditazioni scientifiche non avevano che di poco repressa la sua immaginazione, dalle lunghe e vaghe penne. Ecco perchè, i drammi commoventi, le vicessitudini, l'inaspettato dei campi di battaglia, lo affascinarono al punto, che, potendo per il suo sapere percorrere la carriera civile e pur quella dell'insegnamento, e' preferì l'agitazione, il subitaneo, il periglioso della vita militare.

E' dilettavasi sorprendere, colle sue osservazioni sempre un cotal poco sarcastiche, la natura presa alla sprovvista, in tutta la brutalità delle fasi differenti delle battaglie. Egli piacevasi a smussare i suoi sentimenti, la sua sensibilità istintiva, ad atrofizzare la sua anima. Egli erasi persuaso, che bisognava fare una grossa parte al cervello, a spese del cuore, se voleva riescire—in un'epoca in cui la forza fisica governava l'Europa e serviva di regola alle coscienze. Egli pesava i corollari inevitabili del sistema napoleonico: il culto dell'interesse; l'anatema dello spirito; l'annientamento completo di quantunque aveva rapporto con l'ordine morale dell'umanità… E non ne ripugnava.

Infatti, da quel punto, l'uomo non fu più per il dottor di Nubo altra cosa che un subietto a studio, un obietto a traffico. E' non stimollo più; non amollò più; non lo credè più. Lo commerciò, l'exploita. Divenne quindi scettico. Non trovò più nulla di attivo nè nella sua scienza, nè nella sua coscienza: non più fede di sorta, neppur quella del calcolo—il quale, in realtà, è pur esso una specie di fede ragionata. E' servivasi degli uomini come di materiali, e considerò le azioni umane come dei segni senza valore intrinseco, di cui si classificava la natura arbitrariamente, secondo la contrada, la latitudine, i secoli, la civiltà—: qui delitto, là deificamento!—E per conseguenza, non vizio, non virtù, non delitto, neppure azioni buone o perverse nella loro propria essenza. Tutto codesto non gli sembrava che una leva di convenzione per agitare il mondo. I nomi potevano esser diversi; l'efficienza era la medesima.

Il conte di Nubo amò le donne con veemenza—ma credendole e stimandole anche meno degli uomini. Egli le amò dei sensi e del cervello; giammai del cuore. Ed ecco perchè non commise mai sciocchezze, a causa di passione. La donna, secondo lui, rappresentava in società l'ufficio della moneta nel commercio: era un segno mediante il quale si scambiano i servigi sociali—lo scopo, l'intermediario, il salario di tutta la vita. Desiderò dunque la donna, se ne inebbriò, e la spese assolutamente come un pezzo d'oro. La ricevè, valutandone la somma di piaceri che la conteneva; la lasciò, senza rimpianti; la barattò, all'occorrenza.

Non avendo alcuna convinzione, non avendo alcuna tendenza elevata, il conte Gennaro di Nubo non poteva avere alcuna fissità nella vita. Era un eterno viaggiatore annoiato oramai di viaggi, stanco, spossato dal lavoro, dall'età, dalla sazietà. Cominciava perciò a sentire il bisogno di riposo. Ma e' non aveva trovato ancora nè il ramo, nè la nicchia dove avesse a riposare. Gli mancava quella calma dell'anima che addimandasi confidenza—senza la quale non vi è amicizia, senza la quale non vi è amore, nè famiglia possibili.

Egli spezzava la corrente magnetica che affluiva verso di lui. La sua potente intelligenza abbracciava e vedeva tutto; ma era il polo negativo contro il quale le fascinazioni della vita andavano ad infrangersi. Egli analizzava le tenerezze; indovinava le affezioni, come roba da chimica; e l'incantesimo si dissipava.

Sentendosi per il suo forte organismo della specie dei divoranti—come il leone, l'aquila, il boa—e' non ebbe più mercè per i deboli. L'istinto è la fatalità degli esseri organizzati; e' gli lasciò libero corso. Le vittime non lo commovevano più. Lo stesso delitto punto non l'arrestava. Ma la distruzione sgustollo alla fine, e lo usò.

E' provò allora, nella sua coscienza crepuscolare, una specie d'inquietudine che si avrebbe potuto dire un dubbio. Fece sosta un istante, misurando di uno sguardo l'orizzonte intorno intorno, onde orientarsi ed assicurarsi della via. Poi si rimise in cammino.

—A che pro' derogare?—pensava egli—La linea retta non è la linea della natura. La linea retta è la più lunga, è la più monotona. La natura ama la curva. Se l'uomo segue dunque la linea della natura—e quella della bomba—di chi la colpa? Se tale è il suo spirito, perchè pervertirlo? se Dio è che gl'infligge questa direzione, perchè contrariarlo? perchè cangiarlo? L'uomo rettilineo fu in ogni tempo l'uomo sciocco—anche quando se ne fece un Dio!