Il giuoco, del resto, lo attirava; perocchè egli era costruito per le forti emozioni anzi che per le delicate.
Da qualche tempo, d'altronde, il giuoco era divenuto uno degli articoli del suo bilancio di reddito, e, malgrado le variazioni inevitabili, era ancora molto produttivo. In ogni caso, avesse egli avuto ripugnanza per le carte, il conte di Nubo, suo medico, si sarebbe addato a vincerla. Perocchè, non appena il duca compariva in un casino od in un salone, il dottore sollecitava a metter su una tavola da whist, e peggio ancora.
Infatti, abbiamo visto che di Nubo lo attendeva.
L'ambasciatore d'Inghilterra e l'ambasciatore di Prussia—che gustavano anche essi considerevolmente una partita di whist—non dimandavano meglio che cedere all'invito del principe di Lavandall, il quale, per divertire i suoi ospiti, andava incontro alle loro inclinazioni.
Ora, come lord Westmoreland era miopissimo, ed il conte di Tonningen era soggetto a distrazioni, il principe Lavandall fece preparare il loro tavolo verde in un salottino particolare, ove, la porta chiusa, i giuocatori non sarebbero stati distolti dai curiosi che fan di ordinario galleria intorno alle tavole a whist.
Eccoli dunque istallati, il duca di Balbek giuocando con l'ambasciatore di Prussia, ed il dottore avendo per partener quello d'Inghilterra.
Il duca ed il dottore giuocavano così in certi saloni, perchè, alla fine della serata, liquidavano tra loro benefizi e perdite. Al club, al contrario, erano sempre partener.
La sorte si era mostrata neutra. Le partite si erano succedute e moltiplicate, ma con poca differenza dalle due parti. Le perdite si equilibravano quasi.
—Gli assalti di sala d'armi son belli—diceva il dottore forbendo i suoi occhiali—ma, è d'uopo convenirne, gli occhi si stancano a seguire quelle punte di fioretto che cercano inesorabilmente il vostro petto.
—Gli è vero!—sclamò lord Westmoreland, nettando a sua volta le sue lenti.