—Ond'è, che le donne se ne stancano. Or bene, io, il quale non sono che un istinto stroppiato da casuisti; io aveva trovato la mia direzione: perchè mia moglie, essendo il candore stesso, era una luce. Questa luce è estinta. Vitaliana non mi seduceva…

—Perchè la bianchezza non è un colore—ed i mariti sono tutti come gli Indiani: amano il tatuaggio.

—Io ò corso dietro al tatuaggio come gli altri. Però, in mezzo a quel diavolìo di forme, di spezie, e di colori, io sentiva che, se Vitaliana non era un'esca, era un riposo. Il riposo è l'aria vitale della nature incomplete: me l'ànno involata! Voi sapete come sono stato abbattuto dappertutto; in casa Lavandall, in casa Morella, in casa mia. Che volete voi che io mi divenga in questa situazione? Ricostruite col pensiero il vostro cuore a trent'anni, provate d'intendermi, e venite in mio soccorso.

—In che modo?

—Non importa come. Accetto tutto. Funzionario disonorato, padre senza figlio, marito senza sposa, signore povero… Che ò fatto io dunque perchè tante sventure si precipitino ad una volta sopra di me?

—Che avete voi fatto?—disse di Nubo sogghignando. Ma!… Avete avuto l'inaccortezza di trovarvi lì quando la valanga s'è scardinata.

—Non risaliamo più alle cause. Io non veggo oramai che questi quattro spettri: battermi, uccidermi, assassinare, bandirmi—abbandonando mia moglie nelle braccia di un amante. Fin ad ora ella è pura ancora. Fra tre giorni, nol sarà più.

—Chi vi dice codesto?

—La sua cameriera. Gli è dopo dimani l'anniversario dei nostri sponsali. La vedova si rimarita—là, nella casa mia stessa, in quel nido di rifugio ch'ella s'era costrutto, quando, nelle mie braccia, ella sognava dei suoi giorni di vergine! Ora io non ò nè il coraggio di battermi, nè quello di uccidermi; non voglio a prezzo alcuno lasciarli entrare in quel paradiso. Li ucciderò.

—E poi?