Carlo V pesò alla sua volta sul Concilio, e minacciò il cardinale Santa-Croce, che parlava della traslazione dell'assemblea, di farlo gettare nell'Adige.
Ma Paolo III, approfittando delle febbri che regnavano a Trento, fece decretare la traslazione de'Padri a Bologna. Però i vescovi ultramontani, i quali dicevano «che il papa era un vecchio ostinato, che lavorava a mandar a male la Chiesa», non si mossero.
Carlo V protestò per mezzo de'suoi ambasciatori; e poi rispose col suo decreto dogmatico, conosciuto sotto il nome d'Interim—una specie di compromesso conciliativo tra la dottrina protestante e quella dei cattolici, il quale fece tutti malcontenti.
Paolo III si limitò a riprovare il matrimonio de'preti e la comunione sotto le due specie, e reclamò la restituzione dei beni confiscati al clero in Germania.
Il Concilio di Bologna, ridotto a sei arcivescovi e trentasei vescovi, senza la presenza degli ambasciatori de'principi, non poteva più procedere. Paolo si apparecchiava a chiamarlo a Roma, quando fu côlto dalla morte.
XXIII.
Giulio II, già legato a Trento, convocò di nuovo il Concilio in questa città nel 1550.
Enrico II, che abbruciava gli Ugonotti in Francia, si dichiarò contrario ad un Concilio tenuto contro i protestanti, ed inviò il famoso Amyot, il traduttore di Plutarco, per protestare. Egli richiamò poscia i Padri francesi, ed intimò un Concilio nazionale, affine di far nominare un patriarca di Francia.