—Allora venite, venite chiunque voi siate. Racconterete i vostri viaggi, una storia di paladini o di maghi, una storia dell'orco e delle streghe di Benevento: venite a rallegrar monsignore—venite, damigello.
—Io non so nulla di codeste storie, le mie donnine! Che streghe, che paladini? Io sono un povero cavaliero, ed ecco tutto.
—Da bravo—venite dunque, bel cavaliere, venite alla cena di monsignore.
—Ma al nome di Dio! « sclama Baccelardo » non sareste voi per avventura delle fate che vorreste condurmi in un castello incantato, o spiriti maligni che, contraffatti in sembianze tanto venuste, ambireste tirarmi in trappole infernali per caparrarvi l'anima mia?
Quelle ragazze, ad uno scongiuro così peritoso, scoppiano in iscroscio di riso più pazzo ancora, e facendogli in certo modo violenza, se lo menano gridando:
—Non temete, bel cavaliere, noi siamo donne, pronte a darvi anche un bacio per convincervene, a farci la croce, a nominare Gesù e Maria. Venite con noi. Monsignore non sa cenare solo perchè si annoia, e ci ha messe alla posta per condurgli degli ospiti. Venite dunque, bel cavaliere, venite, se Iddio vi aiuta! a bearvi della presenza di monsignore.
Baccelardo, che dal viaggio si sentiva affranto e dal digiuno stimolato, al lusinghevole invito non sa resistere, tanto più che già toccava le porte di quel barone.
Segue quindi le donzelle, ed esse si dileguano cantando:
Il cavalier dall'armadura nera
Prode in gualdane, od in levar falcon,
Sa alle dame slegar la giarrettiera,
Sa cantar la sirvente ad un veron.
Calate il ponte, in su la saracina,
Ch'egli viene a veder la sua regina.
La meschinità del villaggio non aveva fatta trovare ai forieri che precedevano il viaggio di quel magnate casa degna di sua signoria. Luride, nere, affumigate, senza vetri alle finestre, i tetti di legno, le porte sdruscite; che potevano promettere di buono fuori di un ricovero per vassalli, da Dio destinati al sudore della fronte onde far vivere lauti e sfoggiati i potenti della terra ed e' morirsi di stento? Avevano perciò drizzato bel numero di ricche tende intorno al ricchissimo e vasto padiglione del padrone, sì che il tutto sembrava un accampamento più grosso del villaggio stesso. Una folla di palafrenieri intendeva al governo dei cavalli; canettieri e falconieri curavano alimento e ricetto di quelle bestie strepitose; guatteri, cucinieri, damigelli, servidori di ogni maniera ivano e tornavano portando scorte, acqua, carne, vino, legne e mettevano tutto a rumore, tutto empivano di strida; scudieri, paggi, uomini d'armi che cercavano quartiere e provvisioni; mulattieri che cospettavano non trovando pronte le stalle per animali affatigati dal carico e dal cammino; borghesi che pensavano a barattare roba d'ogni genere e d'ogni verso, e piativano pagamenti da soldati tedeschi che non intendevano o fingevano non intendere l'italiano; tutta la gente del borgo accorsa per dare aiuto e per rubar qualche cosa, per curiosità e per guadagno; poveri, lebbrosi, zingari, buffoni che stuzzicavano quell'accozzaglia e speculavano per la folla; donne d'ogni età, pessimamente e bene acconce, laide e bellissime, vereconde e sfrontate, che tentavano chierici e frati in gran numero mescolati fra genía tanto misticcia, e li sollecitavano di benedizioni e di vezzi; cantarini che spippolavano la cantilena d'Orlando, e ballate piene d'insolenti buffonerie; istrioni che si contorcevano in quante contraffazioni possa esser capace la mobilità dei muscoli della faccia umana; musicanti che ripassavano le arie favorite, e tutto insieme un rumore così bizzarro ed assordante che eravi da perder la testa. La massima parte di quella gente, molto sopra il migliaio, stava a servigio di monsignore, ben messa, pulita, con eleganza e con gusto: altri molti si trovavan quivi, essendovi fiera a causa della festa del santo protettore del villaggio.