Le maestre di cerimonie presentarono l'ospite ghermito al maestro di palazzo di quel barone, il qual maestro di palazzo sedeva appositamente avanti la porta della tenda onde dar provvidenze e comandi, assegnar posti, distribuir danaro ai sott'uffiziali della casa, affinchè niuno rimanesse dimenticato. Il maestro di palazzo accolse di assai gentil garbo Baccelardo, raccomandò il cavallo ai palafrenieri del signore, e lo introdusse nel padiglione perchè potesse gustare dei primi ristori.
Baccelardo si trovò in uno spazio quadrato di trenta piedi, nel cui mezzo già avevano imbandita la mensa coverta di coppe e di vasoi d'oro e d'argento. Attorno attorno credenze magnifiche cariche di vasellame e di vivande. Ad un angolo, un camino con fuoco acceso vicino a cui novellavano parecchi signori sì ecclesiastici che secolari. Il maestro di palazzo presentò quel cavaliere, come aveva presentato altri ospiti, senza domandargli il nome, sendo ciò contrario alle regole dalla cortesia d'allora, equivalendo in certa guisa alla misura del favore con che bisognava accoglierlo. I signori quivi radunati salutarono officiosamente Baccelardo, sulla di cui fronte maestosa e negli occhi arditi si poteva leggere la nobiltà del legnaggio ed il valore, e gli fecero posto al fuoco di cui il viaggiatore non avea men bisogno che del cibo. Allora il maestro delle cucine venne ad annunziare al maggiordomo delle credenze che tutto era all'ordine sicchè potevasi cornar l'acqua. E questi, che fino allora si era tenuto impiedi al capo della tavola per far tutto disporre, dopo aver lento lento girato intorno e veduto che ogni cosa andava appuntino, pone mano allo zufoletto di avorio appeso al collo e suona. I valletti dispersi nel padiglione per ordinare il bisognevole dell'alloggiamento accorrono subito e si attelano ai lati della tavola. E come si furono disposti, il maggiordomo suona lo zufoletto di nuovo, e due araldi, sollevando una cortina di velluto a stemmi, che faceva da portiera, gridano:
—Castellani, leudi e baroni, fate riverenza a monsignor arcivescovo di Ravenna.
Ed i cavalieri e gli ecclesiastici, schierati in due file, lo salutano profondamente. Indi i valletti tolgono le brocche ed i bacini d'argento dalle credenze e danno l'acqua alle mani. Dopo ciò, ciascuno si siede al suo posto. Ora, quale non fu la sorpresa di Baccelardo quando, al lume sfolgoreggiante degli odorati doppieri, in quel possente principe riconosce Guiberto, il priore di Nostradonna di Lacedonia? Stette lì lì per darsi a conoscere. E forse l'avrebbe fatto, se non si fosse avveduto che Guiberto, sedendogli di fronte, aveva dovuto già ravvisarlo.
Intanto si comincia il lauto banchetto. Io non lo descriverò per minuto, perchè fastidioso ai miei leggitori potrebbe tornare altrettanto che ai commensali dell'arcivescovo tornava saporito. Ricche, squisite, profuse furono le dapi, stupendi i liquori. Pesci che nuotavano in brode come se fossero vivi e nel loro primitivo elemento: cacciaggione servita con tutte le penne, le quali, al primo tocco dello scalco, cadevano di dosso ed ammirabilmente cotta rinvenivasi: pasticci a foggia di rôcca, con barbacani e baluardi, ciascuna torre rimpinzata d'intingoli diversi, i fossati ricolmi di liquori e salse; la quale rôcca Saraceni, vestiti di fulgide vesti, assediavano, difendevano cavalieri armati di ferro: un cinghialetto irsuto del pelume, sì che sembrava vivo, e che, all'aprirsi, rovesciò il cuoio e mise fuori pesciolini, pasticcetti, camangiari, torte, tartufi ed altre di quelle leccornie che tanto ambivano i prelati-baroni d'allora, stracarichi di ricchezze e di volontà di ben vivere, e che tanto scandalizzano quel bizzarro ed iracondo uomo di s. Pier Damiano, da cui attingiamo molti dei costumi di quei tempi. Nulla dico poi dei preziosi vini, e delle bacchiche canzoni dei canterini, e delle musiche dei suonatori, e delle smorfie ridicole degli istrioni, e dei bei motti dei buffoni i quali sovente, per far ridere monsignore, delle vivande imbrattavano il volto ad uno scemo pievano chiamato San Gaudioso, gli mettevano in capo una testa d'asino, lo solleticavano all'orecchio con un ferruzzo rovente, gli tingevano il viso, e facendolo ubbriacare, lo pungevano di mille arguzie. Nulla vi dico neppure delle voluttuose danze che un coro di baccanti, non men belle delle maestre di cerimonie che trappolarono Baccelardo, tutte allo stipendio ed ai comodi di monsignore, carolavano intorno alla tavola.
Infine il pavone si servì.
Guiberto allora si alza, e prendendo un calice d'oro traboccante di borgogna, dice:
—Alla salute dei nuovi nostri ospiti, ed al pieno compimento delle vostre speranze, principe Baccelardo.
Baccelardo, così particolarmente distinto, si alza anch'esso, e risponde:
—Mille mercè, monsignore; ed alla vostra maggiore grandezza!