E subitamente escono dal crocchio due di quella genia. L'un d'essi aveva il destro lato della persona un buon quarto più corto del sinistro, sì che sembrava piegato a mezzo cerchio; l'altro non aveva quasi mento, e la fronte così schiacciata che dal vertice della testa alla punta del naso formava un piano inclinato come il dorso di una montagna; ond'è che per vezzo lo chiamavano Pietro dal naso corto. Essi fecero da prima stridere alcun poco le ribebe, poi, tutto contorcendosi e digrignando, uno dimandò per canto mezzo declamato, mezzo modulato:
Pietro dal naso corto, or dimmi un poco,
Tu che sei d'ignoranza un precipizio,
E solamente in trappolare al gioco
Mostri talvolta un lecco dì giudizio;
Perché si abbrucia chi si accosta al foco?
Perché fiutansi i cani a quel servizio?
E le vecchie han più fregolo di amore?
E la carne sull'ossa ha più sapore?
A queste burlevoli dimande, Pietro non sta lungamente a considerare. Gli rimanda prima della ribeca suono più fragoroso, indi, contorcendosi delle più sguaiate smancerie e facendo lazzi, risponde:
Come dritto hai del corpo il frontispizio
Dell'intelletto hai. Godo, anche il vedere:
Chiedi onde il foco dia crudo supplizio,
E non sai che la neve ha egual potere?
Ricorda, tu che hai fatto da novizio,
Perché i cani si fiutino al sedere;
Nelle vecchie la frega è rimembranza.
Son le ossa, a chi ha fame, anche esultanza.
Di poi si trassero avanti altri due giullari ed aprirono Tenzone più invereconda e di spirito più acerbo e plebeo. Noi la risparmiamo alle nostre leggitrici, parendoci già anche troppo di una, accennata per far noto un cotal poco di quai passatempi e di quai lazzi i nostri maggiori rallegrassero le ore di tedio. Gli è vero che baccellieri più culti e tonsurati più dotti usavano altresì Tenzoni che avevano anche ad obbietto quistioni di alta dialettica e di buia e stramba teologia. Talvolta però in queste poetiche pugne discutevansi pensieri di morale o fatti e leggi d'amore. Dappoichè i menestrieri cominciavano già a dettare ed a promulgare gli statuti di galanteria, e quel codice che regolar dovea un po' più tardi il vivere civile dei cavalieri e delle dame.
Queste Tenzoni però non rischiararono niente più lo spirito di monsignore. Preoccupato e' mangiava, e scarsa parte prendeva al diletto di altrui. Per lo che il tripudio dello stravizzo illanguidì, malgrado gli apotegmi spropositati degli istrioni, i canti dei buffoni, le carole delle damigelle, e le goffaggini di San Gaudioso. Infine la cena terminò. L'arcivescovo saluta allora la brigata per ritirarsi, e fa cenno a Baccelardo di seguirlo.
Entrarono in uno scompartimento della tenda, destinato al letto dell'arcivescovo. Vi avevano rizzato un padiglione di damaschi a nappe d'oro, che covriva una specie di ottomana. Due paggi di quattordici anni, inanellati e svenevoli, e due fanciulle bellissime e scollacciate, erano quivi al servizio dell'arcivescovo. Questi però, entrando, fa loro cenno di uscire, poscia voltosi a Baccelardo dimanda:
—E così, bel cavaliere, voi movete per l'Alemagna sicuramente.
—Monsignor sì « risponde Baccelardo ». Vi reco i decreti del concilio di Roma, e le lettere di Gregorio all'imperatore ed ai magnati della sua corte.
—Il concilio di Roma! « maravigliato sclama Guiberto che nulla sapeva di quel sinodo, egualmente che nulla se ne conosceva in Germania. « E quando mastro Ildebrando ha congregato codesto concilio?