A questa notizia Gregorio percuote del pugno la tavola e grida:
—E tu, neghittoso, tu vieni a portarcene vergognosa novella?
Baccelardo fa un balzo come percosso d'improvvisa contumelia e fissa il papa di sguardo superbo e collerico. Poi dopo un minuto di silenzio:
—Sì, ser papa « animosamente risponde » io posso bene portarvene la nuova, dopo aver combattuto come guerriero, ferito Guiscardo, e ceduto al numero. Disdicetevi dunque di codesta parola di neghittoso che mal mi si adatta; e se il cuore vi punge la sorte della misera nazione longobarda e di me, provvedete, e sollecitamente, energicamente provvedete.
—Sta bene « sclama Ildebrando » ritírati.
All'uscire di Baccelardo, senza essere chiamati, l'abate di Cluny ed Alberada si presentano. Alla loro vista Gregorio spalanca gli occhi, e dopo averli squadrati un momento, senza aspettare che parlassero, corrugando la fronte in modo accigliato, dimanda:
—Ed il priore?
—Il priore è fuggito « risponde Alberada con fermezza. » Ed io—io Alberada moglie di lui, rammentando il giuramento di Ildebrando nel castello di Cariati—io gli detti questo consiglio.
—Ah! « sclama Gregorio mordendosi le labbra e convellendosi nella persona per reprimersi » tu dunque gliene davi il consiglio? Ben facesti, Alberada, concubina del priore di Lacedonia, ben facesti. Appartatevi dunque; e tu abate di Cluny, fa perchè si rechi qui il castellano della Mole d'Adriano.
I due legati escono, ed il camerario introduce Gisulfo principe di Salerno. Gregorio lo riconosce, e cangiando voce e sembiante ad un tratto gli parla: