—Confortatevi, messer principe. Iddio che fa la piaga la medica. Sappiamo di vostre sventure: l'oro si prova col fuoco, gli eletti con le tribolazioni. Confortatevi, che noi provvederemo. Potete intanto ritirarvi.
Gisulfo a tanto freddo ed insultante conforto arde di dispetto e negli occhi scintilla, indi amaramente soggiunge:
—Sì, santo padre, mi ritiro—e mi ritiro dopo aver conosciuto appieno il valore dei soccorsi della Chiesa. Gli è bene però che sappiate ancora voi, sire papa, che Roberto Guiscardo non solamente ha tolti gli Stati a noi, ma in questo momento, in questo momento proprio invade il patrimonio di San Pietro, occupa gran parte delle Marche, e cinge d'assedio le mura di Benevento. Addio—conforto per conforto!
E sì dicendo, senza fargli cenno alcuno di veneranza, parte. Gregorio gli manda dietro uno sguardo lento e ghiacciato, poi mormora:
—Imbecille! occupa le Marche! assedia Benevento! Ah! questo ladrone normanno è dunque ben fermo a non lasciarsi mettere il giogo dai pontefici? E la vedremo, bel duca, la vedremo, per dio! chi di noi giuocherà posta più soda, e se tu ti stancherai prima di ribellarti, noi di metterti il piede sul collo.—La vedremo!!
Il camerario entra allora novellamente e consegna a Gregorio una lettera capitata in quel punto di Lamagna, riferendogli nel tempo stesso che il castellano della Mole di Adriano stava fuori. Gregorio rompe il nastro della lettera e legge
« Fratel caro, perchè mi è noto che le mie fortune ti recano gioia smisurata, quanto l'amore che mi porti, ti partecipo che la munificenza di Enrico IV mi ha eletto arcivescovo di Ravenna. Egli rise assai, allorchè mi gli presentai a Goslar, e gli raccontai della caritatevole trappola, cui mi avevi tesa con quel fedel duca di Puglia e quel bietolone di abate di Cluny. E ne rise tanto, che, per tener lieto ancora te, ed addolcire il dispiacere di non avermi avuto vicino, ha, per vezzo, tramutata la mia povera prebenda di priore in quella di arcivescovo—a cui voglio farti vedere come saprò fare onore; ed ora mi metto in viaggio per alla volta di Roma, onde tu possa fraternamente abbracciare il tuo amorevole e rispettoso fratello.
Guiberto—olim Priore di Lacedonia, nunc Episcopus Ravennatis ».
A questa lettura Ildebrando rimane come stordito. Per un pezzo guarda il suolo fitto fitto e convulso calca sul tavolo le polpastrella delle dita, poi tutto ad un tratto lo percuote del pugno, si leva in piedi e grida:
—Sire Cristo! gitterò le tue chiavi nel Tevere se non mi lasci punire questi ribaldi che si prendono giuoco di me. Dovessi soccomberci, dovessi perire, dovessi rinnegare la fede e dare l'anima mia a Satanno, gl'imperadori di Lamagna non investiranno più vescovadi ad alcuno; di Guiberto e di Enrico mi vendicherò.