Al domani, Gregorio tenne la parola. Matilde cogli altri signori della rocca si recò all'albergo dell'imperatore per confortarlo di appressarsi di nuovo al castello ed aver l'assoluzione. Perocchè, dopo il lungo loro pregare, avevano infine ottenuta promessa dal pontefice che li avrebbe soddisfatti. Enrico resistette alcun tempo: infine si lasciò persuadere, e sull'ora di sesta a Canossa si ravvicinò per la quarta volta. La neve ed il vento sembrava che avessero voluto imitare la pertinacia del pontefice, poichè ingagliardivano di giorno in giorno peggio. Avanti la porta delle prime mura si presentò l'abate di Cluny per rinnovellare la cerimonia dei tre giorni precedenti.

Egli aveva l'aspetto attonito, lo sguardo immobile. Si avanzò al cospetto del re e parlò:

—Dunque, santo padre, convincetevi che dovete assolvere Enrico, non potendolo condannare all'inferno, perchè l'inferno non ha azione sull'anima. L'anima, ha detto il beato Aristotile, è la forma della materia, ossia l'attività prima del corpo organico, e racchiude la causa sufficiente della facoltà per cui le funzioni vitali si esercitano. Ora siccome tutti i sensi esercitano la loro azione mercè un certo medio, così anche l'anima, la quale ha sede nel fuoco, perchè il senso d'attività va spesso unito col senso del calore. E siccome il cuore ha una natura calda, quivi è la sede dell'anima. Ma nel cuore vi sta ancora l'etere, dunque il medio dell'azione dell'anima è il fuoco, o spirito, o l'etere. E perchè i simili non si distruggono, così l'inferno non distruggerebbe l'anima di Enrico, e dovete assolverlo, e dovete...

L'imperatore stette attento ad udire dove diavolo l'abate volesse andare a parare con quel ragionamento, che probabilmente era lo stralcio di un discorso da lui tenuto al pontefice; ma non arrivandone a comprender nulla, gli volse le spalle, si nudò, rimase il seguito nel primo atrio, ed entrò.

Egli aspettava che lo avessero subitamente intromesso. Non fu così. Imperciocchè attese fino all'ora di nona senza che alcuno apparisse. E stava già per andar via, furibondo di questo frustraneo novello atto di sommessione, malgrado le preghiere dell'abate con lui restato fuori ed in sè rinvenuto; allorchè le porte si aprono, e vengono fuori la contessa Matilde, la marchesana Adelaide, Azzo d'Este, ed il vescovo di Porto con molti altri prelati italiani e tedeschi nel castello ricoverati. Il vescovo di Porto va dritto al re, e gli dice:

—Enrico di Germania! perchè vieni tu in abito da penitente alle porte di questa fortezza?

—Per essere assoluto della scomunica da papa Gregorio, risponde il re.

—E sei tu veramente pentito delle tue colpe? dimanda il vescovo di nuovo.

—Sono, risponde Enrico.

—Entra dunque in nome di Dio e di Gesù, e che l'assoluzione che ti rechi a ricevere possa giovare all'anima tua.