E, sì dicendo, il vescovo di Porto si apriva il varco fra quei signori che si schieravano in due ale, ed Enrico lo seguiva nel castello.

VI.

Avanti a te o Gran Cuccu mi prostro,
Che dai per ineffabile mistero
Fatidica virtù di un corvo al rostro
D'annunziar l'impercettibil vero,
Ma nessun seppe mai, nessun saprà
Donde viene il tuo spirito, e dove va.

Casti, Anim. parl. 17.

Enrico non fu ammesso però direttamente alla presenza di papa Gregorio. Egli si ebbe ad arrestare nel vestibolo e ad assoggettarsi ancora a pause non brevi fino a che il vescovo di Porto non ritornò col permesso di progredire. Tutta la gente del seguito di Enrico, unitamente ai signori del castello, rimase nelle antisale; solo il re, accompagnato dal vescovo fino alla porta, si recò innanzi. Ildebrando sedeva ad un trono di legno di quercia, ricco di intagli a gotici disegni e colonnette attortigliate, elevato da terra e collocato dentro una nicchia dello stesso legno, medesimamente scolpita. Sopra un tavolo, ad un angolo della stanza, poggiava il camauro. Egli poi si teneva ad un altro tavolo alzato al livello del petto con mobile da scrivere.

Vestiva gli abili ponteficali, sfarzosi di ricami d'oro e di fimbrie intorno al collo, all'apertura del petto ed alle maniche. Ai piedi aveva i sandali bianchi ricamati della croce d'oro; in testa il rosso berretto che gli lasciava scoverta a metà la calva fronte e mirabilmente faceva risaltare quella sua nobile fisonomia, la quale forse non piaceva a causa di quell'aria accigliata che la troppo severità le dava. La bianca barba gli scendeva profusa sul petto. Tutto intento, ovvero fingendo di esserlo, alla scrittura, non fece cenno di accorgersi della presenza del re, sia per umiliarlo ancora, sia per imporgli con la sua maestosa figura. Ed Enrico, che aveva sorbito l'ostica bevanda fino al limo, battendo i denti del freddo, i panni bagnati ed agghiadati sulla persona, sformato in viso dal gelo e dall'interna lutta degli affetti, bilanciava tra il partire definitivamente e rompere quella tirannica catena di obbrobrii; interromperlo nella scrittura ed avvisarlo di sua presenza; avventarsegli addosso ed ucciderlo. E questo nero pensiero, più seducente e più ostinato, gli tornava d'innanzi, talchè forse lo avrebbe vinto, se Gregorio, vergognando in sè stesso del dilegio in che prendeva quel caduto, non avesse alzata la testa e mostrato avvedersi di lui. Come Enrico si ebbe questo lieve segno di favore, si avvicinò al soglio, e cadendo ginocchioni e baciandogli la mano biascicò più che non disse.

—Santo padre, perdono.

Gregorio, senza muoversi, piegò gli occhi sulla testa del re, e forse quel bello e giovane sembiante lo toccò. Enrico aveva allora ventisei anni. L'occhio turchino scintillava ardito come quello dell'aquila. La nobile chioma bionda, avvegnachè dall'acqua inzuppata, gli scendeva sulle spalle come la giubba del lione. La magnanimità, la fierezza gli si leggevano nel naso aquilino e nell'elevata fronte; del pari che la carnagione perlata e trasparente come quella di fanciulla additava la blandizia del suo cuore. Gregorio contemplava quel giovane pino, che della sua rigidezza aveva tentato spezzare; e forse un rimorso lo travagliò. Perchè troppo egli sapeva che la perversità non ricetta in un cuore il quale si specchia in volto così fresco e così bello. E poi volava con la mente agli anni suoi primi. E rammentava di qualche essere che lo aveva colpito; rammentava di suo fratello, e di tante imagini e scene della vita domestica, che nel suo lungo peregrinare e per uffizio del suo ministero aveva vedute, e s'inteneriva. Imperciocchè nulla v'ha che più intimamente favelli al cuore e di carità e di Dio, che l'aspetto della gioventù, e della gioventù potente ma sventurata. Così che papa Gregorio, quasi a sua insaputa, sedotto da interno moto, stese la mano al re supplicante e lo sollevò. La natura umana si era in lui strisciata di furto sotto al pontefice. Ma come Enrico sorse in piedi, e la taglia maestosa e l'aspetto ardito dissiparono quanto di supplice aveva avuto fino allora, sì che il pontefice ne era restato commosso; questi cambiò istantaneamente, e dimenticando il penitente per vedere il re, dimenticando il contrito per ricordare l'offensore, e l'avvilito per temere l'uomo terribile e minaccevole, fattosi novellamente aspro e severo dimandò:

—Ma sei tu dunque veramente pentito, Enrico di Germania?

Enrico allora gli mise addosso gli sguardi torvi e rispose: