—Ti sembrano dunque poche, o pontefice, o ancora dubbie le prove che te ne ho date finora?

—Uomo, hai tu dunque obbliate le colpe che cotanto magnifichi la penitenza? Ma se tu l'hai dimenticate, non l'ha dimenticate già Dio, nè colui che lo rappresenta sulla terra come supremo giudice degli uomini.

—Pontefice, se ti ha indotto nell'errore di avermi per reo la mia umiltà, ricrediti. Io mi sono presentato a te non come all'uomo, nè come al tribunale dell'uomo, perchè sulla terra alcuno non mi sovrasta, ma come al vicario di Cristo, come al sacerdote che Iddio raffigura. E se avanti al mondo io sono puro, al conspetto di Dio non posso vantarmi di esserlo. Tu però hai malamente tenuto il luogo del Signore della misericordia.

—Ah! son dunque falsi gli atti dei conciliaboli di Worms e di Pavia, che ci calunniarono così vilmente e ci deposero dalla sedia di Pietro? Il priore di Lacedonia, da noi perseguitato come infame, non fu da te creato arcivescovo di Ravenna per vilipenderci? Il favore agl'impudichi ecclesiastici da noi condannati, la resistenza nel non ispogliarsi delle investiture . . . non è vero. Enrico di Germania, son falsi e non dettati sotto la tua inspirazione quegli atti, quelle resistenze, quei favori? Non è Guiberto arcivescovo?

—No, non sono falsi. Ma tu, Ildebrando, avevi varcati i limiti del tuo ministero, ed io mi serviva del dritto degl'imperatori di Lamagna.

—Ed io di quello dei supremi pontefici, riprende Gregorio interrompendolo, e percotendo del pugno la tavola. Io come capo dei cristiani ho udito i loro lamenti. Tutti i giorni, i tuoi sudditi di Germania han recato ai miei piedi querele contro la perversità e la ferocia del tuo cuore. Hai vedovate e pollute le chiese; vituperati i sacerdoti; corrotto il paese che Iddio ti avea dato a governare; afflitti i vassalli; oltraggiati i signori. E se questi a te, infistolito nel male, Enrico, non sembrano delitti, a me, supremo signore dell'impero, feudo di santa Chiesa, lo apparvero troppo, e ti giudicai non con la severità che meritavi, ma come padre, come amorevole padre che il figliuol suo vuol ravvedere, non perdere.

—Codeste son le solite frasacce dei sacerdoti, pontefice, e ne ho udite troppe per non riconoscerle, risponde Enrico sdegnosamente. Avete appreso una serie di motti spregevoli e di luoghi comuni, che applicate a tutti i casi, a tutte le circostanze, a tutte le persone senza distinzione di sorta, e così fatte egida alla petulanza della vostra condotta ed ai vostri disegni, che nulla hanno di santo e di puro. Chiese pollute! sacerdoti vituperati! gregge afflitto! pastori! pecorelle! e che so io. Ma citate, per dio, citatemi un esempio solo specificato di coteste ipocrite parole. Che un cavaliere solo dei nobili e virtuosi, che pur ne ha tanti Germania, venga a farmi arrossire di un'opera da tiranno e da perfido; ed allora io rassegno la corona come indegno di portarla. Ma finchè una mano di schiavi, ribelli ad ogni freno e ad ogni legge, finchè dei preti avidi di guadagno e di potere, e dei signori ambiziosi, che null'affatto vorrebbero esser ligi di padrone ed al padrone forfanno, si tirano avanti per baiare alla luna, ed eruttar delle scempiaggini scellerate, con niun discernimento spilluzzicate nelle omelie della Chiesa contro l'antica memoria di Domiziano e di Nerone; finchè, pontefice, questi servi vituperati si arrogano di calunniare il loro re, onta a te che li ascolti e presti loro un braccio, il quale solo dovrebbe alzarsi per ristorare i caduti e proteggere i malignati.

—E perchè dunque, se ti sentivi incontaminato, perchè hai rifuggita la dieta di Augusta? dimanda il pontefice. Quivi, in presenza mia e dei signori dell'impero, avresti potuto fare le proteste medesime, ed innanzi a cento e cento testimoni, chi avrebbe ardito mentire?

—Perchè, dovresti ricordarlo, o pontefice, sta scritto: Date a Cesare ciò che è di Cesare, ed il servo non si leverà a censore del suo padrone. Perchè la dignità dell'imperio si sarebbe prostituita. Perchè la giustizia umana e divina non tollera che alcuno si constituisca giudice ed accusatore ad un tempo. Perchè coloro erano stati corrotti da te, pontefice, da te che dovresti portare la pace del Vangelo non la sovversione di Satanno, e ne sieno testimoni le tue lettere ai principi Rodolfo, Bertoldo, ed altri signori di Germania. Perchè quella dieta era contraria alle costituzioni dell'impero, come convocata da signore straniero, e da lui preseduta. Perchè infine io era re, e sul re non giudica che Iddio, ed un re deve morire, deve rinunziare allo scettro, se d'uopo è, ma non avvilirsi. Ma lasciamo il passato, pontefice, e più calmi discutiamo i nostri affari.

Gregorio accigliato e scuro come una notte di tempesta in gennaio, ascoltava digrignando e contorcendosi senza rispondere. Enrico continuò: