—Monsignor sì. Se posso renderne qualcuno ancora a te, non devi che favellare. È la mia debolezza quella di prestarmi per tutto il mondo... che mi paghi, bene inteso!

—No, compare, a me non occorre nulla. Ho invece comando di sdebitarmi con te, per quella larghezza che devi aspettarti dalla natura del servigio prestato e dalla persona che ten richiese.

—Innanzi tutto da parte di chi mi favelli tu, magnifico vescovo di Porto, dalla parte del re o da quella di Gregorio, poichè entrambi io mi obligai?

—Dalla parte di Gregorio, risponde il vescovo.

—Allora bisogna dire, sclama Laidulfo, o che io sia nato vestito, o che il mondo vada per iscoppiare; perchè, quando pagano i preti, i diavoli fanno orgia.

—E noi vogliam mettere, eccezione ai tuoi principii. Seguimi dunque un poco.

E sì parlando, lo menava traverso molti corridoi oscuri, gli faceva scendere e salire scale a chiocciola e ballatoi, finchè non furono in un'ampia camera, quasi buia, perchè prendeva luce da alto abaino, praticato per rispondere in una stanza anch'essa poco illuminata. In questo salone si levava una specie di trono, ed alcuni sgabelletti più bassi. Quivi usava la contessa tener mallo per le condanne di morte, e diverse porte di trista apparenza in essa si aprivano. Laidulfo guardava intorno e diceva:

—Dunque, monsignore, vorrà esser grosso il compenso che il santo padre ti ha comandato di darmi?

—Veramente egli non me lo ha comandato propriamente, perchè Gregorio non è gran fatto facondo su queste cose, e bisogna pigliarlo a volo; ma io, che son vecchio balestriere, l'ho capito subito.

—Ha avuto torto il santo padre: non si dimenticano i buoni amici. Ma, dico, monsignore, che cos'è che andiamo pescando quaggiù? Questa camera non ristora lo spirito niente affatto.