—Sentite, messer papa, siamo stati alcuni mesi insieme e mi dispiace che non mi abbiate ancora conosciuto. Codesta è risposta di un poltrone e di un traditore... non corrugate il ciglio, perchè con me già non caverete nulla, e bisogna che la cosa io ve la spippoli come la mi frulla pel capo. Quella risposta dunque io non posso dare, perchè io sono onorato cavaliere, e non mi piace pescarmi giusto alla vecchiaia il caro epiteto di vituperato e di folle. Uditemi bene dunque: o cangiate proposito, ed io recherò a quei valenti baroni la ragionevole vostra intenzione, ovvero, e farete meglio, salite voi lassù dei merli e dite loro scomuniche, perchè io me ne lavo le mani come il conte Pilato.

Gregorio fulmina di terribile occhiata l'ardito castellano, e senza aggiunger altro sale sulla torre, strappa il bianco vessillo, ed avvicinatosi al merlato lo precipita giù nella fossa lacerandolo, a vista degli araldi dell'oste che aspettavano risposta dal conte Oddo. Un grido di furore scoppia fra tutta la gente, che, guardando al castello, intorno adunavasi, ansiosa vedere una volta terminata una lite che di sì aspro governo travagliava la città. Gli araldi corrono al palazzo Laterano onde tenerne conto papa Clemente ed il consiglio dei baroni. Ma quivi e' trovano le cose già mutate. Imperciocchè un corriere del principe di Capua, giunto in quel punto, veniva a prevenire dell'imminente arrivo del Guiscardo. Quindi nulla più si badava alle spavalderie del cattivo Ildebrando.

Roberto era aspettato, e dal dì che giunse Rolando già considerevoli apparecchi per debitamente riceverlo approntavansi. Non si pensava però ch'e' sarebbe venuto così tosto, nè che il principe Giordano gli avesse opposta così corta resistenza. Roberto calcolò meglio le sue mosse, e marciò sopra Roma anche più presto di quel che Alberada aveva promesso al pontefice.

I baroni, partigiani dell'imperatore e dell'arcivescovo di Ravenna, tennero consiglio. Si riassunse la somma delle cose, si fe' censo delle truppe, e si stabilì un piano di difesa, giusta i consigli del Buglione, non per anco in istato di vestire le armi. La città si pose in punto d'armi, chiuse le porte, guarnite le mura ed i forti, e si attese l'oste del Guiscardo.

Il senato ed il popolo romano dall'altro lato, imbestialiti contro Gregorio che chiamava loro addosso novello guaio, dopo averli involuti in quattordici anni di sventure e di mine, risolsero ad ogni modo non volerne più di lui, e difendersi contro il duca di Puglia. Così aggiustate le cose, con minor tumulto di quel si sarebbe paventato in simile caso, si distribuirono pei rioni e sui baluardi.

In tutta la giornata non comparve alcuno, nè alcuna cosa si seppe dell'inimico. Sul far della sera però capitarono spie a spron battuto ed annunziarono, il Guiscardo avere alzati i padiglioni verso Velletri, sicchè non prima del meriggio del domani avrebbe potuto presentarsi sotto Roma. Malgrado la notizia, Guiberto ordinò alle truppe veglia d'armi sulle mura, dove accesero moltiplici fuochi, sia per iscorgere se novità accadesse laggiù nel piano, sia per dissipare la virulenta mofeta che con le tenebre si stendeva qual fitto nebbione sulla città. Sano consiglio ed accorto. Imperciocchè Roberto aveva solamente simulato di passare la notte a Velletri, ma, come le tenebre occuparono intiero il paese, egli aveva comandato togliersi il campo e cavalcar sopra Roma. Ed in effetti vi voleva ancora un tantino per l'alba, quando quei che vigilavano sugli spaldi s'avvidero di lui, e chiamarono alle armi.

Allo spuntare del sole già il Guiscardo spiegava la sua truppa verso porta Latina.

Noi non descriveremo per minuto i fatti di questo vigoroso assalto ed ostinata resistenza, per tema di fastidir quelli dei nostri lettori che non troppo bene se la dicono con la storia, e perchè ne abbiamo abbozzate veramente a sufficienza di battaglie e di opere di guerra. Basti dire, che Roberto Guiscardo, Sigelgaita coi Saraceni di Lucera cui aveva tolti a condurre, e Ruggiero, e Ben Hamed da un lato; e dall'altro Rolando, Ulrico di Cosheim, Guiberto, Baccelardo, e quanti abbiam veduti caldeggiare per Enrico, fecero miracoli di valore. Anzi Baccelardo e Guiberto, non paghi del travaglio che davano al nemico da star sulle mura, apersero porta Asinaria, oggi Lateranense, ed uscirono, per forte caricare i Saraceni ed i cavalli condotti da Ruggiero, altro figliuolo di Guiscardo. Quel fatto pose la gioia nel cuore di Roberto, che ormai vedeva i suoi vacillare; il Buglione sgomentò.

Roberto ordinò ai baroni calabresi ed ai cavalieri normanni serrarsi ad ordini spessi, perchè allora la cavalleria non formava mai più di una fila sola e rarissimamente due, non volendo, come signori, alcun combattere dietro l'altro; e si avanzò per pigliare la pugna. Il Buglione mandò più volte a scongiurare Baccelardo e l'arcivescovo che con lenta e combattuta ritirata rientrassero nella città. Ma questi, impegnati in caldo attacco, non potettero secondarlo. Goffredo cangiò piano di combattimento. E' spiccò Rolando coi cavalieri romani a rinforzarli; ma previde già che il nemico sarebbe penetrato nella piazza. Questo squadrone testeggiò i cavalieri di Roberto, ed impedì per allora che si girassero negli ordini dei soldati di Guiberto e di Baccelardo e sussidiassero i mezzo rotti Saraceni. Ulrico di Cosheim intanto coi mangani e con le frecce spazzava i Pugliesi che, accalcati a porta San Lorenzo, tentavano sfondarla; e sì maledettamente li trattò, che sbrancati corsero a cercare asilo dove più calda ferveva la mischia. All'arrivo di costoro, la cosa non bilicò più. Roberto caricò di più vigore. I soldati di Rolando piegarono, e rinculando sempre, cercarono ricovero nella città. Il duca vi si cacciò con essi.

Dall'altra banda, Ruggiero fu tratto da cavallo mezzo morto per mano dell'arcivescovo. Questi, fatto segno di Ben Hamed e di Sigelgaita, indietreggiò, opponendo sempre la fronte e tempestando colpi, sino a che dai suoi non fu trascinato dentro. Baccelardo, costretto a retrocedere, perchè gli avevan spaccato l'elmo sulla testa, spezzata la spada, morto il cavallo, e portato via lo scudo, rottesene le guigge dando col punteruolo di mezzo sul capo ad un Saraceno che lo travagliava col pugnale. Per lo che, entrati dentro Roma, confusi assalitori ed assaliti, più feroci badalucchi principiarono. Non crocicchio, non strada, non piazza mancava di zuffa. Nelle corti stesse, nei chiostri, nelle chiese, e duelli a corpo a corpo e mischie in molti inferocivano. E nè i Romani cedevano, nè quei del duca stancavansi, avvegnachè considerevolmente menomati; tal che forse in Roma avrebbero trovata la tomba se più a lungo fosse durato il giorno.