Ben Hamed però, vedendo che non si sarebbe venuto mai a capo di domare gli ostinati Romani, immaginò distoglierli dalla difesa, e comandò ai Saraceni d'incendiar la città. Non appena l'emiro aveva profferito l'ordine, che questi distribuironsi a piccoli gruppi, inondarono i quartieri, e coadiuvati dai Calabresi e dai Pugliesi, già rotti al saccheggio, appiccarono fuoco a più punti di Roma, e segnatamente a San Giovanni a Laterano. Il vento, mosso da poco, aumentò le fiamme e le propagò. Sicchè, in brev'ora, quanto ergevasi dal Laterano al Coliseo è tutto ridotto in cenere. I Romani allora, per salvarsi dal fuoco e spegnerlo, lasciano di osteggiare la truppa del Guiscardo, e quei soldati, non avendo più a difendersi, si sciolgono ad ogni maniera di rapine e di sacrilegii, non rispettando tempii, non chiostri, non l'onore delle donne, non l'innocenza dei fanciulli, non la canizie dei vecchi. Roma mutasi in sentina di ogni delitto e di ogni oltraggio al pudore ed alla religione.

Gregorio intanto, come Nerone, dall'alto delle torri di Castel Sant'Angelo contemplava l'esizio e la mina della sua città.

Ritto fra due merli di una torre, immobile come fosse pietrificato, l'occhio fisso, le braccia tese ed irrigidite, il capo scoverto, perchè un buffo di vento gli aveva portato via il berretto, i capelli delle tempie rizzati come fili di argento, la lunga barba arruffata ed inturbinata dalla brezza, e' sembrava quivi non un uomo ma il ministro di quelle divinità egizie ed indiane il di cui sguardo è incendio, il di cui alito è peste, il di cui gesto è sterminio. La sua potenza visuale era ampliata. Egli vedeva tutti i singoli particolari di quel terribile dramma; vedeva dove l'aquila non avrebbe più nulla distinto. L'anima esuberava. La sua tonica bianca si gonfiava e s'agitava sotto il soffio della tramontana, che aveva cominciato auretta e si era ingagliardita a turbina. Dorato, e calmo all'alba, il cielo si era andato a poco a, poco; caricando di rosso, si che sarebbesi detto un'aurora boreale. Tutti i comignoli di Roma, a quel riverbero, sembrano fiaccole immense che illuminano una città involta in un bianco sudario di nebbia come uno spettro che vien fuori da una tomba. Quella nebbia però si era a poco a poco anch'essa sminuzzolata a fiocchi, a sprazzi, a lembi che assumevano sotto l'azione del vento mille forme fantastiche, che grondavano sangue, così indorati come erano dal sole, e che cozzavano in cielo come gli uomini cozzavano sulla terra. L'aere rimbombava di un rumore indistinto, incalzante, vertiginoso come l'ululato di un mostro che agonizza.

Però Gregorio non badava al cielo, non badava alla natura. La terra lo attirava magneticamente, E' non diceva parola. La sua fronte si alzava serena; il suo volto per niuna commozione turbavasi, Oddo intanto correva su e giù lo spianato gridando: Miseri cittadini! Quale giorno doveva io vedere prima di morire! Nè meno costernata di costui mostravasi Alberada, la notte precedente ammessa dentro. Ella neppure parlava, solo si torceva le mani, genuflessa, gli occhi ora rivolti al cielo, ora alla desolata città. Un rivolo di lacrime tacite le solcavano le guance. E così questi miravano, al riverbero delle fiamme, Roma struggentesi in un nuvolo nero fumo che l'avvolgeva a volta a volta, e che più spesso, spazzato dal vento il torbido velo, si mostrava nel suo pieno squallore col sole che infine, verso sera, placido e bello tramontava, indorando le cupole delle chiese. Quand'ecco che Alberada gitta un grido da spezzare il cuore, si alza sollecita, seco trascina Oddo malgrado di lui, e viene giù alla porta del castello.

IX.

Piacemi, cavalier, che Dio temendo
Porta lo nobil suo ordine bello,
E piacemi dibonare donzello
Lo cui destino è sol pugnar servendo.

Guittone d'Arezzo.

Due cavalieri, Roberto e Sigelgaita, cavalcavano verso il ponte San Pietro per isboccare alla porta di castel Sant'Angelo. Tutto ad un tratto odono alle spalle uno scalpito di due altri guerrieri che, a briglia sciolta, galoppavano. Immantinente Roberto, che andava dietro, volge la testa, per guardare chi fossero, e vedendo che l'altro gli accennava della mano di sostare, gira il cavallo e subitamente si trovano di fronte.

—Io sono Baccelardo, grida il cavaliero alzandosi con una mano la visiera dell'elmo. Roberto Guiscardo, fanciullo, nelle sale di Melfi, ti detti un guanto e ti consigliai a conservarlo perchè sarei venuto a ridomandartelo uomo. Ora tel ridomando; e qui, perchè il tempo è venuto, perchè lungamente ho ritardato, mi renderai ragione dell'infame vitupero che facesti alla tua donna Alberada.

Baccelardo, dopo essere stato così pesto e disarmato, rigettato dentro dall'onda dei suoi che vi cercavano tardo scampo, aveva fatti novelli sforzi, e con cento opere di valore tentato cacciarne l'oste normanna. Ma avendo infine compreso che vanamente si arrabattava a tal uopo, che irreparabilmente Roma era perduta, risolse attaccare il suo destino a quello della signora del mondo, e fare scoccare l'ora della sua vendetta. Rientrò quindi nel suo alloggiamento onde provvedersi di armi e di destriero.