—Tu non mi vedrai. Mi metterò un morione con la buffa inchiodata. Ma voglio accompagnarti; voglio essere presente allo scontro terribile; il tuo destino ti porta... alla vittoria. Voglio, debbo perciò esserci anch'io. Ricordati che a Canossa accomunammo il nostro avvenire; accomunammo la nostra sorte. Non possiamo più, o almeno non è questo il tempo di separarci.
—E impossibile, dopo alquanto di silenzio soggiunge Baccelardo. Tu devi restare qui, per te, per me lo devi. In qualunque altro instante, non avrei esitato a condurti meco; ma in questo...
—Ebbene, giacchè vuoi che io resti qui, va pure... va. Ma diamoci almeno un addio. Dà un addio alla tua Guaidalmira che tanto, che te solo ha amato. Non la vedrai più. Essa morrà qui, te lo giuro.
Baccelardo la guarda attentamente, e vedendo che ella era risoluta a non so qual partito estremo, con un sospiro balbetta:
—Vieni dunque: era deciso così! Se vi è un Dio però, se vi è un Dio che pesa e guarda i fatti degli uomini, sa a cui dare la vittoria in questo momento.
Guaidalmira sorride amaramente. Poi, presagli la mano come per ringraziarlo dell'accordatole favore e baciatagliela, l'esamina attentamente, e una lagrima vi lascia sopra cadere. Baccelardo l'abbraccia un'altra volta, ed in un baleno, messi a termine gli apparecchi della partenza, escono per Roma onde imbattersi nel Guiscardo.
Ed eccoli l'uno a fronte dell'altro, vicino al ponte San Pietro, di rincontro a Castel Sant'Angelo, sotto gli occhi di quell'Alberada per cui Baccelardo dimanda l'abbattimento.
All'aspetto di quest'uomo, a quella protesta, Guiscardo si scuote. Sigelgaita ritorce anch'essa il cavallo, e come se non fosse più cosa animata, immobile resta a guardare, vicino ad un pilastro del ponte. Il turbamento di Roberto non dura molto. Egli porta la mano al suo fianco, e dal cinturino della spada spicca un guanto che a Baccelardo presenta.
—Baccelardo, ecco il tuo guanto, egli dice. Gli è però mestieri che sappi io non battermi più per una causa di cui Iddio mi ha fatto conoscere l'ingiustizia. Va dunque in nome dei santi, perchè mi dorrebbe farti male.
—Ti credo, risponde Baccelardo; ebbene, giacchè confessi che indegnamente facesti vitupero alla contessa Alberada, io ti apprezzo per quel nobile cavaliero che sei. Battiti quindi meco per gli Stati del padre mio, che infamemente usurpasti ed infamemente ritieni.