E così favellando gli toglieva dalle mani il guanto, cui dava a custodire a Guaidalmira, si calava la visiera, e ritraendosi metteva in resta la lancia per dar principio al combattimento.
Fu allora che Alberada, dall'alto della torre li vide, e riconosciutili dalle divise, trascinandosi furiosa il conte Oddo alla porta, lo costrinse ad aprire, e si fece metter fuori.
Sventurata! quale fatalità la trascinava!
Non appena ella fu alla testa del ponte, all'altra banda del quale quei due furibondi battagliavano, che di voce affannata si pose a gridare:
—Arrestatevi, arrestatevi, in nome di Gesù Cristo!
A quella voce Sigelgaita si volge, Sigelgaita che fredda, impassibile, taciturna come le statue che si mettono sopra i sepolcri, vedeva affrontare suo marito e suo nipote, ed impegnare una pugna dalla quale uno solo o nessuno doveva tirarsi vivo. In un baleno Sigelgaita si gitta allora da cavallo come una furia. Corre ad Abelarda, l'abbraccia per un amplesso da soffocarla, da cacciarle nei reni le dita delle manopole di ferro, la trascina, la gualcisce, la contorce, la difforma, le fa scricchiolare tutte le membra, l'arruffa come un cencio—e tutto in un attimo, di un solo moto—si accosta ai balaustri del ponte, appoggia sul petto di lei il suo mento, la spezza in due nella spina, e la precipita nel Tevere. E tutto ciò, in meno di tempo che non mettiamo a narrarlo. Alberada gitta un grido di morte, e sotto le acque dispare. Sigelgaita l'aveva veduta a mano a mano coprirsi nel volto di pallore mortale, l'aveva udita mettere quel gemito terribile, l'aveva veduta precipitare dall'alto, la vide tuffare nell'onde, e non si era scomposta nel viso, e dai parapetti del ponte non si era allontanata. Tutto ad un tratto quella sfortunata ricompare a galla ed un palo della diga l'accrocca della tunica e di faccia verso il cielo la capovolge.
—Non sei ancor morta? grida a quella vista Sigelgaita come una tigre; e cercando attorno, non scorge anima viva, non vede oggetto da poterle lanciare sul capo, non trova pietre, non trova nulla, null'altro che un cadavere innanti ai piedi di un cavallo, un cadavere coperto di ferro e di sangue che fumava ancora. Ella lo trascina fino al ponte; poi, piegandosi sopra di lui, lo afferra di ambo le mani, lo solleva, e pigliata la misura, lo lascia cadere sul capo d'Alberada, ritenuta sempre dal lembo delle vesti ad un pinolo di palizzata. Il cadavere non era giunto ancora giù, che di sopra il suo capo Sigelgaita sente passare un cavallo di slancio, il quale egualmente nel fiume si precipita.
Quel cadavere era Baccelardo: quel cavallo Licht.
Un altro cavaliere, cui ella non aveva scorto dapprima perchè caduto brancoloni sotto una scala del ponte, vi si appressa allora per avventarsi ancor egli al medesimo salto. Sigelgaita lo rattiene. Era Guaidalmira.
E Gregorio tutto contemplava dall'alto delle torri, e sul suo volto segno di commozione non appariva. Ritornava il padrone di Roma!