Così ai 25 di maggio 1085, dopo dodici anni, un mese e tre giorni di regno, moriva Gregorio VII, il più ardito dei pontefici.
Grandi vizii, grandi virtù lo distinsero. Ed a gloria del vero i vizii furono del secolo, le virtù dell'uomo. Imperciocchè, in un secolo di dubbiezze, che ondeggiava ancora fra la barbarie del X secolo e la luce incipiente del XII; in un secolo in cui la passione di municipio ed il parteggiare destavasi per dar vita ai Comuni; in un secolo di scisma, dove la feudalità tendeva al dispotismo ed il popolo ad affrancarsi; in un secolo in cui non vi era ragione fuor di quella delle armi, non virtù fuori del valore e del coraggio, non religione perchè la più corrotta parte di quella società rappresentavano gli ecclesiastici, e la superstizione dei secoli passati infiacchiva senza meglio stabilirsi lo spirito del Vangelo; in un secolo in cui la bellezza non aveva culto, la verecondia non era merito, non avea ostracismo l'oltraggio ai diritti delle nazioni, degl'individui, della pietà; in un secolo infine nel quale tutto era disquilibrio, dubbio, decadimento, i vincoli di una società usata cadevano per vetustà nè ancora la novella società si aggruppava; io dimando, se uomo, a tanta altezza collocato, poteva mostrarsi più forte e più santo di che Gregorio si mostrò? Egli vedeva che tutti i pinacoli sociali del suo tempo tendevano alla monarchia, ed avvisando che l'Evangelo fosse esso stesso codice monarchico, dispotismo teocratico bandì, e non lasciò mezzo intentato, buono o malvagio che fosse, impuro o santo, per rassodarlo.
Uno fu il principio che informò la sua vita e le sue opere: l'indipendenza dell'Italia e della Chiesa cattolica! L'idea era magnanima, era giusta; ma i tempi per promuoverla e mandarla ad effetto non ancora maturi. La società fermentava, e niente si era consolidato, nè il principato nè la repubblica, nè l'ateismo, nè la religione: e libertà individuale ed ostinazione feudale battagliavano nel caldo. Per intrudere quindi le sue dottrine vi fu d'uopo di violenza. E perchè queste interessavano più i principi che i popoli, la quistione si prolungò, e, lentamente cangiando di forma, ne rivestì impure e sacrileghe; perchè ai venerandi diritti delle nazioni col velame divino si attentò. L'idea di Gregorio fu generosa, perchè in quel collegarsi di potenti per tutto ridurre a pura e forte monarchia, il popolo restava escluso, indifeso, vittima, nè aveva a cui lamentarsi dei torti; perocchè patto di sangue sulla totale schiavitù si era stretto. Egli, il pontificato volle elevare a giudice supremo tra il popolo ed il re. Reagirono perchè brusco ed inconsiderato fu l'urto, nuova la legge. La reazione lo indispettì. E perchè aveva sortita fibra robusta ed altera, trasandò il pudore, ed addivenne violento, ostinato, incompassionevole, nulla rispettò di quanto culto si era per lo avanti. Rispose delle armi con cui lo provocavano. Ciò gli alienò i principi, gli alienò il clero ed il popolo, e fu addimandato inesorato e tiranno. Nonostante sembrò un momento di trionfare. Nel trionfo mostrossi intemperante, e le tre giornate di Canossa prepararono la presa di Roma.
Ora egli muore! Dopo tanti anni di lutta muore senza aver vinto, senza esser compianto da altri che da oscura donzella, senza essere amato da alcuno, lasciando al mondo tre legati funesti—la quistione delle investiture, la rivalità dei papi e dei re, e la folle e fatale impresa delle crociate! Egli però, allucinato come fosse, agì sempre sotto l'ispirazione della convinzione e di una lucida e decisa coscienza. E ciò basti per lavarlo d'ogni peccato, mondarlo da tutti i mali che originò.
Egli muore! Dopo una vita di combattimento sperava morire tranquillo e sereno come il giorno che vedeva declinare sull'immensa marina; ma l'ultima sua ora fu travagliata dalle idee del passato, dallo sdegno inesorato degli uomini. Muore, e l'ultima idea ad abbandonare quel capo che si era levato il più alto su tutta la terra, l'ultima idea che funestò quell'anima, la quale aveva abbracciato la rigenerazione dell'universo, è che i suoi nemici trionfano, che Guiberto ed Enrico sopravvivono padroni del campo, ed egli non si è vendicato.
Il re dei re è un'attestazione, non un fatto.
Requie, o grand'uomo, i tuoi nemici non saranno meglio avventurati di te!
Alcune settimane dopo, una giovane faceva chiamarsi la badessa delle benedettine di Roma, e dopo lungo colloquire, era ammessa a vestir l'abito in quel chiostro. Vi visse due anni di penitenza e di rassegnazione, poi vi morì di languore, per sfinimento d'animo, in concetto di santa. Era Guaidalmira.
Guiberto ritornò a Roma donde or cacciato, ora ammesso, da molte città e popoli riconosciuto vero pontefice, da molti altri scismatico, sempre tribolando i papi, per grossa somma di danaro vendè ad Urbano II la libertà di castel Sant'Angelo e palazzo Laterano, che ancora per lui tenevansi con forte presidio, e nel 1100, assediato dalle truppe di Pasquale II in un castello vicino Alba, dove erasi rifugiato, morì repentinamente, non senza sospetto di veleno; sempre fermo, sempre generoso e più soldato e brillante principe che sacerdote.
La sua condotta, la sua vita, i suoi gusti oggi rattristano e sgomentano ogni cuore virtuoso e delicato. Allora, come cosa fra gli ecclesiastici consueta, avevansi per temperati ed allo Stato principesco non sconvenevoli. Quel che però nè i contemporanei, nè noi avremmo saputo mai perdonargli, se dell'indole degli uomini volubili e delle passioni entusiaste ed ardenti troppo non conoscessimo, gli è l'aver arso di sì forte e subita fiamma per Alberada, e poscia averla dimenticata compiutamente, malgrado le spavalde proteste fatte a Guiscardo a Salerno di vendicarla, malgrado che la riconoscenza di averne avuta protetta la vita glielo avessero imposto. La potenza di altri guai e di altre panie che lo avvolsero, la sua natura mutabile, gli valgano per iscusa; se scusa pure la sua spensieratezza appo le donne potrà trovare. Fu mandato a seppellire a Ravenna. Ma sei anni più tardi, il feroce Pasquale II—questa iena di cadaveri—lo fece dissotterrare, e le sue ossa e le sue ceneri furono gittate nel fiume.