Alle otto della sera, il padiglione intero era rischiarato da lampade avviluppate da globi di alabastro.
Alle nove, i delegati cominciarono ad arrivare. Il colonnello Colini, il marchese di Tregle, il barone di Sanza giunsero insieme come tutte le altre sere, nella carrozza del marchese. Gli altri abituati comparvero a loro volta, come al solito, ed entrarono direttamente negli appartamenti abitati dalla padrona della casa, dopo aver fatto la loro visita ai cani,—maniera graziosa di piaggiare lady Keith, la quale aveva sempre delle storie intime da aggiungere alla biografia dei suoi ospiti e dei suoi pensionari. I delegati delle provincie, secondo le istruzioni ricevute, vennero a piedi, uno ad uno, da direzioni diverse, ma senza travestirsi, perchè quei bravi preti portavano tutti il costume quasi laico che abbiam veduto, adottato da Don Diego. Essi chiesero di lady Keith, ed il portinaio li lasciò entrare. Poi fecero un giro pel giardino, disparvero dietro i cespugli di lauro-rosa e di magnolie, e s'introdussero nel padiglione.
Il comitato sedeva al pian terreno. I delegati salirono al secondo. Il Comitato mandò presso di loro il suo commissario, il barone di Sanza, come il potere esecutivo manda i suoi ministri alle Camere. Alle dieci, ciascuno era al suo posto.
Il barone di Sanza lesse un rapporto che, a guisa di messaggio, riassumeva la situazione. I sette delegati, in piedi intorno alla tavola di mezzo, l'ascoltarono senza interrompere. Tiberio espose lo stato delle relazioni del Comitato con gli altri comitati della Penisola, lo stato dell'opinione pubblica in Italia, le disposizioni dei gabinetti europei,—secondo una lettera epica di Mazzini,—il bilancio della cassa sociale, estremamente povera. Poi abbozzò la situazione degli spiriti nel regno, dietro le relazioni degli affiliati del Comitato centrale, e toccò due parole degli armamenti che si avevano potuto fare in quella penuria di quattrini, e delle comunicazioni con lo straniero che il Comitato aveva aperte. Presentò infine le proposizioni del Comitato su ciò che bisognava intraprendere ed osare per operare l'insurrezione simultanea di tutto il regno, al di qua come al di là del Faro. Questo rapporto, tempestato di frasi ampollose, raccolse l'approvazione generale.
I delegati presero in seguito la parola, ciascuno alla volta sua, per sminuzzolare con più precisione gli affari delle provincie cui rappresentavano, e la discussione giunse a riassumersi in queste due proposizioni:
1.° Bisognava uccidere il re, ciò che avrebbe servito di segnale all'insurrezione generale delle Due Sicilie, delle Marche e della Romagna?
2.° Bisognava intraprendere una sommossa simultanea, nei capoluoghi di tutte le provincie, ovvero concentrare le forze rivoluzionarie a Napoli ed a Palermo e cominciare la rivoluzione dalle capitali?
La seconda proposizione, discussa la prima, fu decisa nel senso sciocco, ed assurdo di cominciare la rivoluzione nelle provincie.
Sulla proposizione del regicidio, le opinioni si divisero. Perocchè, mettendola, il commissario del comitato centrale si dichiarò contrario e quattro dei delegati l'oppugnarono risolutamente. Tre preti furono di avviso favorevole.
Don Diego prese a parlare per loro. Ragionò un quarto d'ora, senza enfasi, senza declamazione tribunizia, senza andare in busca di effetti oratori. Egli appoggiò i suoi ragionamenti sulle dottrine teologiche di Mariana, di Bellarmino, di Santarelli, di Vitelleschi, di Suarez, di Becan. Egli citò San Tommaso, S. Agostino, S. Ambrogio, Tertulliano, S. Giustino….. ricordò come parecchi Papi avessero ordinato o approvato il regicidio: Gregorio VII, Innocenzo IV, Gregorio IX, Alessandro VI, Paolo V, Urbano VI, Gregorio XIV….. e terminò la sua allocuzione con delle ragioni politiche che riepilogò in questa massima: il regicidio è un assassinio presso i popoli liberi, come l'Inghilterra, l'America, la Francia; una rappresaglia presso i popoli schiavi come l'Italia, la Russia, l'Austria, la Turchia: là, un delitto; qui un dovere!