Concettella scoppiò in un impeto di singhiozzi, e senza osare profferir verbo, fuggì. Gabriele si mise a ginocchio davanti a Filippo, e sclamò:
—Fratello, io ti ho insultato, io ti ho offeso: Vendicati!
Filippo cavò il coltello dalla tasca e guardò intorno—i galeotti dopo Gabriele. I politici si copersero il viso delle mani e picchiarono alla porta per sottrarsi alla vista di quell'assassinio. Gli altri forzati indietreggiarono, lasciando uno spazio libero tra loro ed il galeotto inginocchiato e quello che teneva il coltello levato sul capo della vittima. Filippo sostò un istante, arrossì della sua ferocia. Egli ebbe forse orrore dell'atto cui la collera dello schiaffo ricevuto gl'inspirava. E' piegò dunque il mollettone, lo nascose di nuovo, e rispose:
—Vivi. Io ti perdono, Gabriele. Noi abbiamo adesso una vendetta a pigliare insieme.
Un bravo! prolungato, seguì queste parole. Gabriele si alzò con impeto, e stringendo Filippo fra le sue braccia, gridò:
—A te, per la vita e per la morte: tu sei mio fratello.
In quel momento, il carceriere in capo comparve e disse a Filippo che il direttore lo chiamava. E' lo condusse seco.
Era il conte di Altamura che lo chiamava. Innanzi al conte, Filippo divenne umile come il soldo innanzi al milione.
—Filippo, disse il conte, fra qualche giorni io avrò bisogno di te e di un altro individuo determinato ed energico, cui si possa all'occorrenza condannare alla ghigliottina. Occorre pescarmi ciò in qualche sito.
—Ho il vostro uomo.