—L'essere venuto io stesso qui t'indica di che importanza è la commissione che ti do. Fedeltà, silenzio…. o un cappio spicciativo.

XXIV.

Da Napoli a Roma.

Parecchie circostanze ritardarono la partenza di Don Diego per Roma ove doveva recarsi a ricevere la consacrazione episcopale. Nel regno delle due Sicilie, il re designava e nominava i vescovi, il papa li passava all'olio.

I Borboni avevan tenuto sodo a questa prerogativa reale, perchè per un articolo del concordato del 1819, il vescovo aveva, oltre le sue funzioni spirituali, la missione di vegliare sullo spirito pubblico della diocesi e di riferire alle autorità laiche,—vale a dire, che il vescovo era il luogotenente del ministro della polizia in ogni diocesi. Bisogna dunque aver degli uomini capaci, investiti della fiducia del governo, onde spacciare la bisogna episcopale secondo il cuore del re.

La mancanza di danari e la malattia di Bambina furono le due cause principali del ritardo del viaggio.

Bambina aveva soccombuto a tante scosse e fuvvi un momento in cui la morte aleggiò ben vicino sul capezzale di lei. Concettella l'accudì come una madre. Il padre Piombini, chiamato da Bambina, venne a vederla. E' fu allora che il gesuita e Don Diego ebbero un colloquio di parecchie ore, con grande soddisfazione di quest'ultimo. Che gli disse? Molte cose sullo stato sociale, sullo stato politico di Europa, sulla situazione degli spiriti, sulla rivoluzione che si era operata nella coscienza delle masse, sull'essenza del principato al XIX secolo. Ei gli fece la diagnosi della religione, gli schizzò il carattere del gesuitismo e del papato quali erano, quali avrebbero dovuto essere, come alcuni spiriti intuitivi dell'avvenire e dei riformatori li consideravano. Il P. Piombini non disse che una parola sul conto di Bambina, se viveva, parola che calmò l'inquietudine del fratello.

Don Diego ebbe a volta sua una considerevole conversazione col marchese di Sora, di cui egli conosceva oggimai le vere tendenze. Il marchese ignorava naturalmente le pie intenzioni del re intorno a quel «vescovo del diavolo». Il marchese era libero pensatore o volteriano, come egli diceva.

—Io ho questo vantaggio su di voi, signor marchese, rispose Don
Diego: io sono panteista.

—Io non discuto la religione nè come filosofo nè come teologo, osservò il marchese, ma come ministro della polizia. Crediate o non crediate, ciò non mi riguarda punto. Teologi e filosofi han bottega di teorie e di principii; paghino dunque patente al governo e traffichino liberamente di loro derrate. Ma, come strumento di governo, l'atteggiarsi della religione m'incombe, e la deve essere ortodossa a modo mio.