—Una miseria! che!

—Gli è che monsignor Cocle, dappoi che egli ha quella piccola
Passaro, diviene un baratro spaventevole. E' non trova mai che basti.

—Un confessore di re? pensate mo! Allora?

—Ebbene, dei sei mila ducati, tre mila a monsignor Cocle, due mila a Sua Eccellenza, il mio ministro, e mille per il vostro umilissimo servitore. Gli è per un boccone di pane! E' mi rubano, quei briganti tonsurati. Almeno se mi lasciassero le mani libere! Se quei maledetti vescovi morissero almeno presto! Ora i miei superiori cominciano perfino a trovare la mia mercanzia un cotal poco punticcia. C'è per dio da disgustarsi del mestiere.

—E se io trovassi codesti sei mila ducati? domandò Don Diego.

—Ah! per tutti i santi! procurate di averli e fate presto. Un'occasione superba, in questo momento. Il vescovo di Teramo è morto d'indigestione, disse egli. Il suo posto è a riempire. Il vescovado rende quattro mila ducati l'anno, forse anco cinque mila, rinfocolando un po' la religione. Potete inventare una madonna che guarda bieco che piange…. Insomma, un poco più della rendita di un anno, e voi sarete patta. Voi vedete! gli è per un mille crazie! per un tozzo!

—Ma! gli è precisamente codesto tozzo che mi manca.

—Tanto peggio per voi allora. Io non posso ribatterne un carlino. La piccola Passaro pretende anch'essa cinquecento ducati per le sue spille, adesso, l'orrida cammella! Fosse bella almeno!

—E voi non pensate a farla saltare, eh?

—Perdio! Se ci penso! Ma con un'altra sarebbe la stessa minestra. A meno che io non metta a quel posto una guidoncella di mia conoscenza che per riconoscenza non mi ricatti.