Percorremmo dapprima unʼassai bella strada, fiancheggiata di rododendri e di campi coltivati. Ma il dì vegnente, il paese cangiò, e divenne triste e sterile. Avevamo lasciato a sinistra le sponde dellʼAngara. A Katsciugsk, cʼimbarcammo, il 19, in un povozok sulla maestosa Lena.
Questo fiume prende la sua sorgente nei monti che circondano il Baikal, e da questa sorgente fino al mar Glaciale, ove si getta, percorre 1240 leghe. Ne avevamo percorse già circa 660 fino a Yakutsk. Le sue acque sono torbide e scapigliate. Il suo corso è seminato di risucchi, di isolette, di banchi di sabbia, di oasi. In qualche sito essa è larga nove chilometri; a Yakutsk ne ha ben sette. La Lena traversa il paese dei Tungusi, dei Yakuti, tribù nomade della famiglia dei Mantsciù. Essa riceve parecchi affluenti considerevoli: lʼOrlenga, la Kuta; dei laghi numerosi riempiono gli intervalli dei corsi di acqua. La vallata della Lena si compone di strati di terra gelata, alternati da strati orizzontali di puro ghiaccio. Gli è nelle toundras di questi laghi che si rinvengono gli avanzi di elefanti e di altri mammiferi, che Adams raccolse per il primo, il mammuth che si vede allʼAccademia di Pietroburgo.
Il paesaggio variava poco, quando non scompariva affatto, talmente gli argini della riviera sono alti. Da Katsciugsk fino a Riga, 400 verste, il paese è montuoso, imboscato, pittoresco, coltivato, quasi ridente. A Riga, le montagne si schierano, e divengono rocciose; ma la Lena se ne sbriga, e continua il suo corso fra due rive basse. Ad Ust-Kutsk, scivoliamo sopra banchi di sabbia. Da Zaborya a Kirensk, la Lena descrive delle grandi curve. Traversammo Kirensk, dai bei giardini, la notte. A Tcheki, famoso pel suo eco, a 250 verste da Kirensk, cominciano le rocce calcaree, che penetrano nel letto del fiume, la cui dimensione aumenta fino a Olekma, sur uno spazio di 350 verste. Poi la coltura cessa, e le sponde si abbassano di nuovo per 150 verste. Qui le rive divengono erte, ed il talco del suo suolo si colora a verde pallido.
La Lena si allarga sempre, divenendo più calma. Scendemmo ad Olekminsk, ove il governatore aveva non so che ordini a dare. Povero borgo, reso più triste ancora dallʼaspetto dei Tungusi: grosse teste difformi, coperte di una zazzera lunga, arruffata, sporca, con larghe spalle donde piove una cascata di cenci, e gambe esili terminate da piedi enormi. Vicino alla stazione di Batomoy, 180 verste da Yakutsk, le rocce della sponda destra sʼinnalzano a picco. Un poco più innanzi, ebbimo lo spettacolo sorprendente di una foresta, che brucia e rischiara la nostra traversata di notte: dei fantasimi strani prodotti dalle nuvole di fumo, penetrate di luce purpurea! Ad Ulakhani, a 50 verste da Yakutsk, cessa la dimora del contadino russo, e comincia il paese dei Yakuti.
Il 21 ottobre, arrivammo a Yakutsk, con grande pena e non senza pericoli, considerevolmente avariati dalle zanzare.
La Lena correggiava già i suoi giovani ghiacci, e parecchie fiate ebbimo ad aprirci la via, rompendo le prime lamine di ghiaccio.
Alle tre, era notte.
Mi avevano relegato a Yakutsk per lavorare nella cancelleria del governatore di questa provincia, con 70 rubli di stipendio, come lʼinverno precedente io aveva lavorato alle miniere. Le lezioni di musica, e più tardi le lezioni dʼinglese e di piano, e la partita di scacchi col generale non figuravano nel catalogo dei miei obblighi. Era un piccolo cumulo, pel quale io rifiutai ogni specie di retribuzione.
—Se lo Czar mi ha fatto forzato, dissi al generale, Dio mi ha fatto gentiluomo, come egli aveva fatto granduca Alessandro II, prima di essere imperatore. Per quanto io sappia, le lezioni di musica e il disegno non entrano nella categoria dei lavori forzati in Siberia. Permettetemi dunque, generale, di non allogarveli, e lasciatemi lʼonore dʼinsegnare alle vostre figliuole il poco che ne conosco.
Il generale Ozeroff, da uomo bene educato, di carattere umano, istrutto ed onesto, sorrise, e soggiunse: